
Grazie a Il Foglio per averci ricordato queste riflessioni su Joseph Ratzinger, ben adatte oggi in questo Occidente in piena crisi di Valori. Luigi C.
29 mar 2025
La svolta per l’Europa auspicata da Benedetto XVI all’indomani della caduta del muro di Berlino non c’è stata. Tanto il materialismo che il relativismo avevano proseguito nella loro inarrestabile avanzata. “Un odio che si può considerare solo come qualcosa di patologico”: il nuovo libro di Elio Guerriero. Pubblichiamo un estratto di “Benedetto XVI. L’eredità dalla vita e dalle opere”, il nuovo libro di Elio Guerriero (Edizioni San Paolo, 254 pp., 20 euro). L’autore, storico e teologo, è stato a lungo direttore della rivista Communio.
Il 9 novembre del 1989, tra la sorpresa mondiale, cadeva il muro di Berlino, la cortina di ferro che, dagli anni Sessanta, separava l’Europa dell’est da quella dell’ovest. In realtà vi erano stati diversi segnali della disgregazione del potere sovietico in Europa. La sorpresa fu, comunque, enorme e, sulla scia dell’entusiasmo trascinatore di
Giovanni Paolo II,
Ratzinger si convinse che “è un dovere ineludibile per il teologo come per il pastore della Chiesa, entrare nel dibattito”. Accettò dunque di tenere conferenze, di scrivere articoli, di partecipare a dibattiti. Alla fine di questa lunga serie di interventi mise insieme ben tre volumi dedicati al futuro dell’Europa.
Svolta per l’Europa? risente dell’entusiasmo per la caduta del marxismo e della speranza di una nuova, vigorosa presenza del cristianesimo nell’antico continente. La caduta del comunismo imponeva, per il cardinale, due considerazioni previe. Con il marxismo era entrata definitivamente in crisi l’arroganza di quanti ritengono la materia l’elemento primo ed esclusivo di cui è composto l’uomo e l’universo. Il dogma della fiducia illimitata nel progresso non ha alcun fondamento razionale. Con queste premesse, l’Europa unita può riprendere il ruolo di irradiazione quale ha svolto per secoli. A condizione di compiere un duplice passaggio. Da una parte superare la crisi nei confronti della scienza che può generare un relativismo, una via di comodo che non si distanzia molto dal positivismo materialista. Dall’altra volgersi nuovamente al cristianesimo con il primato dato ai valori dello spirito e l’apertura in direzione della ragionevolezza del cosmo e dell’uomo. E’ questa, tra l’altro, la ragione ultima di una sana ecologia che vuole proteggere e non distruggere la natura. Di qui la convergenza di Ratzinger verso la nuova evangelizzazione dell’Europa tanto cara a Giovanni Paolo II.
Una Europa così rinnovata potrà esportare non solo i ritrovati della tecnologia e dell’industria, ma anche i valori umani che dal cristianesimo possono ricevere nuovo impulso e sostegno. (…) La svolta per l’Europa auspicata da Ratzinger all’indomani della caduta del muro di Berlino non c’era stata. Tanto il materialismo che il relativismo avevano proseguito nella loro inarrestabile avanzata. I ripetuti richiami di Giovanni Paolo II a riscoprire l’unità del continente a partire dalla tradizione ebraico cristiana non erano andati al di là del plauso dei giovani in occasione delle giornate mondiali della gioventù. Se ne ebbe una conferma proprio durante l’anno giubilare del Duemila quando il presidente tedesco Roman Herzog rendeva pubblico il progetto di una carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, elaborato in vista dell’allargamento della comunità da 16 a 27 stati membri. Nell’introduzione il testo faceva riferimento all’“eredità culturale, umanistica e religiosa del continente”. La Francia, tuttavia, si oppose a questa formulazione in nome della laicità. Alla fine la carta dei diritti approvata dal parlamento europeo conteneva solo un generico riferimento al “patrimonio spirituale e morale dell’Europa”.
Ratzinger rimase profondamente deluso da questa scelta e in una conferenza tenuta a Berlino sempre nel 2000 osservava: “C’è qui un odio di sé dell’occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico”. Proprio i sostenitori del multiculturalismo, quegli stessi che si mostrano pieni di comprensione verso i valori degli altri continenti, nella nostra storia vedono solo ciò che è deprecabile e distruttivo. Nel 2004 si lavorava alla nuova costituzione dell’unione e di nuovo si evitò di citare Dio e le radici cristiane nel preambolo della nuova costituzione. Ratzinger ne prese atto, fece tuttavia notare che senza la fede anche la ragione è a rischio, così come perdono il loro sostegno le fonti della morale e del diritto. L’Europa diventa così più povera. Può ancora trasmettere al mondo i ritrovati della tecnica e del commercio, rinuncia tuttavia al ruolo di guida culturale che ha svolto per secoli. Quanto ai cristiani essi devono continuare ad offrire la loro testimonianza. Possono così divenire una minoranza creativa al servizio dell’Europa e dell’intera umanità.

Testo tratto dal Martirologio Romano pubblicato per ordine del Sommo Pontefice Gregorio XIII, riveduto per autorità di Urbano VIII e Clemente X, aumentato e corretto nel MDCCXLIX da Benedetto XIV (quarta edizione italiana, Libreria Editrice Vaticana, MDCCCLV).
Oggi la Chiesa cattolica, secondo il calendario romano tradizionale, celebra la prima domenica di Passione.
L.V.
6 Aprile 2025, Luna settima
Domenica di Passione.
A Miláno la passione di san Piétro, dell’Ordine dei Predicatori, Martire, ucciso dagli eretici per la fede cattolica. La sua festa però si celebra il ventinove Aprile. A Wyszchrad, nella Morávia, il natale di san Metódio, Vescovo e Confessore, il quale, insieme con san Ciríllo, egli pure Vescovo e suo fratello, il cui natalizio si commemora il quattordici Febbraio, convertì alla fede di Cristo molti popoli Slavi ed i loro Re. La festa di questi Santi però si celebra il sette Luglio.
Nella Macedónia i santi Martiri Timóteo e Diógene.
In Pérsia centoventi santi Martiri.
Ad Ascalóna, in Palestína, la passione dei santi Platónide ed altri due Martiri.
A Cartágine san Marcellíno Martire, il quale, per la difesa della fede cattolica, fu ucciso dagli eretici.
Nella Danimárca san Gugliélmo Abate, illustre per la vita e pei miracoli.
¶ Ed altrove moltissimi altri santi Martiri e Confessori e sante Vergini.
℟. Deo grátias.

Riceviamo e pubblichiamo.
Luigi C.
IN LIBRERIA DA OGGI IL NUOVO LIBRO DEL DOTTOR PAOLO GULISANO INTITOLATO “GIUBILEO” (EDITRICE CANTAGALLI 2025)
Dal 28 marzo è nelle librerie la nuova fatica di Paolo Gulisano, scrittore, saggista e collaboratore di Informazione Cattolica.
Il Giubileo è una delle più straordinarie realtà dalla Chiesa cattolica nella sua storia bimillenaria. Istituito nel 1300 al culmine del medioevo, fu il risultato di una serie di fattori, provenienti in buona parte dalla tradizione popolare, da suggestioni della spiritualità medievale, che andarono ad innestarsi sul patrimonio religioso ereditato dall’ebraismo.
Attraverso la storia dei Giubilei e dei papi che furono i protagonisti degli Anni Santi, l’autore ripercorrere la storia stessa della Chiesa. Indubbiamente tale storia venne scritta anche dai grandi santi, dagli ordini religiosi che impreziosirono l’opera della Chiesa, ma certamente il ruolo dei papi è stato determinante, soprattutto nella Chiesa del secondo millennio.
Il libro ripercorre la storia di queste pietre miliari della vita della Chiesa descrivendo ogni Anno Santo, compresi quelli straordinari, insieme alle figure di tutti i papi che li hanno celebrati.
Il Giubileo nasce nel clima particolare del Medioevo. Per Gulisano ben lungi dall’essere stato il tempo più “buio” dell’umanità, come sostenevano gli ideologi illuministi, il Medioevo fu un’epoca di grande vivacità culturale, di arti, liberi mestieri, di viaggi, di scoperte, di avventure, e di una religiosità intensissima. Fu il tempo del grande sviluppo sia del Cristianesimo che di un’altra grande religione monoteista, l’Islam, che inevitabilmente – o quasi- vennero a confliggere.
Il Giubileo nasce nel 1300, al culmine del Medioevo, con diverse civiltà al proprio apogeo, dal quale nel giro di un secolo andarono a decadere, in particolare per colpa della più grande pandemia che abbia mai afflitto l’umanità, la Morte Nera del 1348.
Se già presso gli Ebrei il giubileo rappresentava un’occasione straordinaria di cambiamento individuale e comunitario, un’occasione di giustizia, il Cristianesimo ne fece anche un grande momento di conversione, di penitenza avente come conseguenza il conseguimento di una grande gioia. Oltre all’etimologia ebraica della parola giubileo, occorre ricordare che in Latino, la lingua ufficiale della Chiesa, la parola giubilo, e il verbo giubilare, sono strettamente connessi con il concetto di gioia. Il Cristianesimo non è semplicemente l’osservanza di un insieme di regole e di leggi, ma è l’annuncio di un avvenimento di gioia, conseguenza della salvezza portata ad ogni persona da Gesù Cristo
Tuttavia, la storia della Chiesa che l’autore ripercorre attraverso gli anni santi non è solo storia di grandi successi spirituali e civili, ma è anche una storia di sconfitte, di amarezze, di delusioni, di sofferenze. La Chiesa è fin dall’inizio Chiesa di martiri, di perseguitati. I primi passi della Chiesa erano stati dolorosi e allo stesso tempo gloriosi. Poi vennero col tempo altre sofferenze: le divisioni e le eresie. Fin dagli inizi delle correnti di pensiero eterodosse si fecero strada nella Cristianità: la Gnosi, l’Arianesimo, fino al Catarismo medievale. Poi venne la dolorosissima frattura tra Occidente e Oriente: lo scisma del 1054 che portò alla nascita delle Chiese Ortodosse in Oriente.
Questo libro di Paolo Gulisano costituisce una guida preziosa per aiutare a vivere con piena consapevolezza l’opportunità offerta dal Giubileo del 20025. Ci aiuta a riscoprire uno straordinario patrimonio religioso da conservare, da non disperdere, da testimoniare.

Vi proponiamo – in nostra traduzione – la lettera 1182 pubblicata da Paix Liturgique il 4 aprile, in cui si ritorna sulla vicenda di don Marko Ivan Rupnik, accusato di ripetute violenze psicologiche e sessuali nei confronti di donne anche consacrate, e sull’ambiguo rapporto con il card. Angelo De Donatis, Penitenziere Maggiore, il quale gli garantisce protezione ed appoggio, anche a scapito delle monache benedettine di Montefiolo, il cui monastero è stato di fatto occupato con la forza dall’ex Gesuita e dai suoi seguaci del Centro di studi e ricerche Ezio Aletti (ne abbiamo già scritto QUI; QUI su MiL).
L.V.
Ancora una volta «fate quello che dico e non quello che faccio»
Don Marko Ivan Rupnik, ex Gesuita sloveno, artista mosaicista discutibile – un neo-sulpicianesimo in epoca di fumetti –, autore di abusi su una ventina di donne, su religiose e su membri della sua nuova comunità che lavoravano con lui ai mosaici, è ancora attivo e a priori senza limitazioni di ministero.
Nel 2019, papa Francesco si rivolge alle vittime: «Voi siete la luce del mondo», ma...
Nel 2019, tuttavia, nella lettera apostolica in forma di «motu proprio» Vos estis lux mundi, papa Francesco chiedeva alle Diocesi di ascoltare le vittime e di lottare contro gli abusi; inaspriva anche le sanzioni canoniche contro coloro che commettono abusi sui minori [QUI: N.d.T.]:
I crimini di abuso sessuale offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli. Affinché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una conversione continua e profonda dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa, così che la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la piena credibilità dell’annuncio evangelico e l’efficacia della missione della Chiesa.
Papa Francesco impone di segnalare gli abusi e di proteggere gli autori:
ogni qualvolta un chierico o un membro di un Istituto di vita consacrata o di una Società di vita apostolica abbia notizia o fondati motivi per ritenere che sia stato commesso uno dei fatti […].
A chi effettua una segnalazione non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo al contenuto di essa.
Per quanto riguarda le vittime, maggiorenni o minorenni, dovevano essere ascoltate e accompagnate:
§1. Le Autorità ecclesiastiche si impegnano affinché coloro che affermano di essere stati offesi, insieme con le loro famiglie, siano trattati con dignità e rispetto, e offrono loro, in particolare:
a) accoglienza, ascolto e accompagnamento, anche tramite specifici servizi;
b) assistenza spirituale;
c) assistenza medica, terapeutica e psicologica, a seconda del caso specifico.
§2. Sono tutelate l’immagine e la sfera privata delle persone coinvolte, nonché la riservatezza dei dati personali.
Cinque anni dopo, è evidente che queste norme, che dovrebbero applicarsi a tutta la Chiesa sono rimaste lettera morta in molti luoghi – anche in Europa, Diocesi o Congregazioni proteggono gli autori di abusi, mentre in Burundi Émilienne Sibomana, segretaria del Lycée technique Christ Roi di Mushasha dell’Arcidiocesi di Gitega che ha messo in discussione in una riunione pubblica il sacerdote direttore nel gennaio 2023 a seguito di violenze sessuali su minori, è finita in prigione. Il 18 ottobre scorso il quotidiano La Croix ha riferito che, sebbene fosse stata assolta a luglio, era ancora in carcere. Per quanto riguarda mons. Bonaventure Nahimana, Arcivescovo metropolita di Gitega, ha nominato tre sacerdoti per indagare sui fatti denunciati, che hanno concluso le indagini in un giorno, dopodiché l’Arcivescovo ha dichiarato la chiusura senza indagare ulteriormente [QUI: N.d.T.].
Don Marko Ivan Rupnik e i suoi compagni sotto la protezione del card. Angelo De Donatis
Il sito La Nuova Bussola Quotidiana, lo scorso 3 marzo, aveva indagato su un convento occupato dagli ex Gesuiti del Centro di studi e ricerche Ezio Aletti, la comunità in cui don Marko Ivan Rupnik vive e crea i suoi mosaici. Troppo visibili a Roma, hanno lasciato il convento per un monastero delle Benedettine di Priscilla a Montefiore, dove il card. Angelo De Donatis, ex Vicario generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, si è sistemato in un appartamento. Le suore, invece, hanno dovuto lasciare i locali per San Felice Circeo.
Il 27 febbraio, i giornalisti del sito La Nuova Bussola Quotidiana si sono recati a Montefiolo:
un picco dove l’unica costruzione è appunto l’antico e maestoso convento che fu in origine dell’Ordine dei frati minori cappuccini e che, dopo essere caduto in uno stato miserevole, nel 1935 venne acquistato e risistemato da mons. Giulio Belvederi. L’allora Segretario del Pontificio Istituto di archeologia cristiana aprì il monastero ad un gruppo di donne desiderose di vivere la vita religiosa e che nel 1936 si costituiranno come Oblate regolari Benedettine di Priscilla, entrando poi nella Confederazione benedettina. Ma ora, con un’oscura trama, sta passando nelle mani di un gruppetto di ex Gesuiti, favoriti dalla posizione del convento che, circondato da un alto muro di cinta e da un bosco che lo separa dalla strada principale, ne fa un’ottima residenza per chi vuole vivere nella segretezza.
Quando gli viene negato l’ingresso, aspettano e finalmente vedono apparire un prete:
appare un altro uomo: questa volta si presenta, «sono un prete, mi chiamo Milan». Ed è proprio don Milan Žust, che per anni è stato superiore di padre Marko Ivan Rupnik nella comunità dei Gesuiti del Centro di studi e ricerche Ezio Aletti, e dal 2018 al 2021 socio di padre Johan Verschueren S.I., Delegato del Preposito generale della Compagnia di Gesù per le case e opere interprovinciali di Roma […].
In realtà il convento di Montefiolo era residenza già nota e frequentata da quelli del Centro Aletti, che, in un’ampia ala dell’enorme costruzione, chiamata «Casa della Risurrezione», vi organizzavano corsi di esercizi spirituali. Ma – e qui viene il bello – a manovrare, nemmeno troppo dietro le quinte, l’avvicendamento è stato il card. Angelo De Donatis, ex Vicario generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma e ora Penitenziere Maggiore. Non è un segreto che il Cardinale sia il grande protettore di don Marko Ivan Rupnik e che, in illo tempore, abbia liquidato come calunnie le numerose e circostanziate accuse che emergevano ai danni dell’ex Gesuita sloveno e sia arrivato persino ad emanare una ridicola nota che lodava l’irreprensibile realtà del Centro Aletti, mentre le vittime di don Rupnik chiedevano verità e giustizia.
Il card. Angelo De Donatis è di casa a Montefiolo, dove si è costruito una dimora a due piani dentro la proprietà delle monache («un bellissimo appartamento», ci dice in paese chi l’ha visto), recuperando e sistemando una struttura che le suore utilizzavano per parcheggiare i loro mezzi, sul declivio che guarda a valle, verso il Monte Soratte. E poi, nella vicina località di Poggio Catino, il card. De Donatis possiede anche un ex agriturismo con piscina, nel quale sembra abbia fatto alloggiare Rupnik & C., in attesa di inserirli a Montefiolo.
Le suore, dal canto loro, vedono le loro proprietà annesse e gestite dal card. Angelo De Donatis:
Le povere suore non sembrano passarsela bene, sono praticamente ostaggio del card. Angelo De Donatis e del gruppo di don Marko Ivan Rupnik, ed è impedito loro di aprire il convento a estranei. Cercando altre informazioni nel paese di Casperia, veniamo a sapere che in effetti le suore, una volta molto presenti in paese e note anche per la qualità dei loro ricami, da un bel po’ di tempo sono sparite e non se ne sa più nulla. Otteniamo anche il numero di telefono personale di una di loro e ci suggeriscono di provare a chiedere di acquistare il miele che vendono, come stratagemma per entrare nel convento. Proviamo: «Non è possibile – ci risponde la suora con un tono impaurito – non vogliono che apriamo». «Non vogliono? Chi non vuole? – incalziamo noi, a questo punto giocando a carte scoperte – Il card. De Donatis? Don Rupnik?» La suora a questo punto è terrorizzata: «Non so nulla, ora devo andare a Messa». Click.
Quanto a don Marko Ivan Rupnik e ai suoi cari, hanno iniziato a snaturare la chiesa del convento, coprendola con le loro opere, e questo nonostante sia un edificio classificato:
«Una casa protetta dalle Belle Arti, la stanno completamente stravolgendo. C’è la chiesa, che ha anche un accesso esterno, che stanno pitturando a più non posso. E poi, nella parte antica del monastero, un antico romitorio dove ha vissuto come eremita San Felice da Cantalice: stanno facendo dipinti anche lì», ci spiega un informatore. Che continua: «Per anni non si è potuto fare niente, perché servivano permessi; ora, in poco tempo, hanno eretto un muro dove erano i due scalini che portavano all'altare e lo hanno affrescato».
Il sito La Nuova Bussola Quotidiana conclude:
il card. Angelo De Donatis è il regista della nuova sistemazione di don Marko Ivan Rupnik e del gruppetto che ha lasciato la Compagnia di Gesù in una proprietà che non è sua, ma nella quale egli si è fatto un’abitazione e che gestisce come fosse sua. Non potendo incardinare egli stesso don Rupnik nella Diocesi di Roma, decisamente troppo sotto i riflettori dopo lo scandalo mediatico, si è cercato e trovato in mons. Jurij Bizjak, Vescovo emerito di Capodistria (dal 1º febbraio scorso sostituito con mons. Peter Štumpf S.D.B.), un Vescovo disposto ad un’incardinazione puramente formale, per poi lasciare libero don Rupnik di formare una nuova comunità e continuare le sue attività artistiche. Il card. De Donatis non ha avuto nulla in contrario nel mettere don Rupnik, dopo tutto quello che è emerso, nuovamente a contatto diretto con delle religiose.
Per il card. Víctor Manuel Fernández non c’è fretta per il processo canonico di don Marko Ivan Rupnik
Il settimanale Alfa & Omega aveva già riportato le parole del card. Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, lo scorso gennaio, riguardo al processo canonico di don Marko Ivan Rupnik. Per riassumere, e con il pretesto che ci sono molti altri casi di abusi spirituali, per il card. Fernández non c’è alcuna fretta [QUI: N.d.T.]:
C’è urgenza di risolvere il caso di don Marko Ivan Rupnik, ad esempio, che è in ritardo?
In realtà penso a molti altri casi, e alcuni forse più gravi ma meno mediatizzati. Non possiamo pensare a una nuova legge solo per un caso, perché ciò limiterebbe la visione e pregiudicherebbe l’obiettività del lavoro.
Per quanto riguarda il caso Rupnik, il Dicastero per la dottrina della fede ha concluso la fase di raccolta delle informazioni che si trovavano in luoghi molto diversi e ha fatto una prima analisi. Ora stiamo lavorando per costituire un tribunale indipendente che passi all’ultima fase attraverso un processo penale. In casi come questo è importante trovare le persone più adatte e che accettino.
Il card. Víctor Manuel Fernández era molto più frettoloso quando ha pubblicato un testo sulle benedizioni delle coppie dello stesso sesso, la dichiarazione Fiducia supplicans sul senso pastorale delle benedizioni, che si è rivelato così affrettato, così approssimativo e così contrario al Magistero che è stato più o meno espressamente respinto da molti Episcopati, in particolare quelli africani. Ma ovviamente non si trattava di mettere in discussione un Gesuita vicino a papa Francesco.
Chi era il card. Angelo De Donatis, per un certo periodo vicino a papa Francesco?
Nato nel 1954 a Casarano, in Italia, il card. Angelo De Donatis non è oggi il personaggio più importante della Chiesa, ma fino al 2013 era sconosciuto. Originario della parte meridionale della provincia di Lecce, in Puglia, è un ottimo esempio del tipo di buon esecutore, ecclesiastico o meno, del sud Italia, che è riuscito a farsi strada più a nord ed è pronto a tutto per salire [QUI: N.d.T.]:
Alunno prima del Seminario regionale liceale di Poggio Galeso e quindi del Pontificio Seminario Romano Maggiore, ha compiuto gli studi filosofici alla Pontificia Università Lateranense e quelli teologici presso la Pontificia Università Gregoriana, dove ha conseguito la Licenza in Teologia Morale.
È stato ordinato sacerdote il 12 aprile 1980 per la Diocesi di Nardò‑Gallipoli e dal 28 novembre 1983 è incardinato nella Diocesi di Roma.
Nel suo ministero ha svolto i seguenti incarichi: […] dal 1989 al 1991, Archivista della Segreteria del Collegio Cardinalizio; dal 1990 al 1996, Direttore dell’Ufficio Clero del Vicariato di Roma; dal 1990 al 2003, Direttore Spirituale al Pontificio Seminario Romano Maggiore […].
Nel 1989 è stato ammesso all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme con il grado di Cavaliere.
Come scrive il sito The College of Cardinals Report, la vita di questo ecclesiastico piuttosto minore cambia nel 2013 [QUI: N.d.T.]:
Mons. Angelo De Donatis è stato relativamente sconosciuto fino al 2013, quando è stato segnalato tra i sette sacerdoti romani scelti da mons. [poi card.] Giovanni Angelo Becciu, allora Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, per cenare con papa Francesco due settimane dopo l’elezione del Papa. Nonostante avesse incontrato mons. De Donatis solo in quell’occasione, papa Francesco lo scelse per predicare le meditazioni quaresimali del 2014 per gli Esercizi spirituali della Curia romana. Per cinquant’anni quell’incarico era stato affidato solo a un Cardinale o a un noto teologo.
Nel settembre 2015, papa Francesco lo nominò Vescovo ausiliare di Roma, dove era responsabile della formazione del clero.
Dopo soli due anni da Vescovo, papa Francesco ha poi nominato mons. Angelo De Donatis Vicario generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma e Arciprete dell’Arcibasilica di San Giovanni in Laterano.
La nomina è stata notevole in quanto mons. Angelo De Donatis è diventato la prima persona dal XVI secolo a essere nominato Vicario generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma senza essere Cardinale. Papa Francesco lo ha elevato al Collegio dei Cardinali nel 2018.
Nell’aprile 2024, il card. Angelo De Donatis è stato nominato Penitenziere Maggiore, alla guida della Penitenzieria Apostolica, un tribunale vaticano noto come «tribunale della Misericordia». Il tribunale si occupa di casi di scomunica e di peccati gravi, in cui l'assoluzione è riservata alla Santa Sede, e ha il diritto di concedere indulgenze.
In realtà, se è stato nominato Penitenziere Maggiore nel 2024, è stato per allontanarlo dal Vicariato di Roma, una semi-disgrazia. Detto questo, ha sostenuto papa Francesco in tutto: è stato covidiota nel 2020, arrivando a chiudere le chiese di Roma, ha controllato le finanze della Diocesi di Roma nel 2021 senza pubblicarne i risultati, lo stesso anno ha attaccato i fedeli della Santa Messa tradizionale a Roma, nel 2024 ha difeso la dichiarazione Fiducia supplicans sul senso pastorale delle benedizioni… E come altri vicini a papa Francesco (card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, card. Robert Walter McElroy, Arcivescovo metropolita di Washington, card. Jean-Claude Hollerich S.I., Arcivescovo di Lussemburgo, card. Mario Grech, Segretario generale del Sinodo dei vescovi, ecc.) è andato a distorcere il Magistero per giustificare i suoi errori, affermando ad esempio che alla chiusura delle chiese di Roma durante la pandemia di covid «non ci ha spinto una paura irrazionale o, peggio, un pragmatismo privo di speranza evangelica, ma l’obbedienza alla volontà di Dio » [QUI: N.d.T.].
Riassumiamo. Il card. Angelo De Donatis è sconosciuto nel 2013, presentato da card. Giovanni Angelo Becciu a papa Francesco (il card. Becciu che sarà poi violentemente allontanato, come è noto), Vescovo ausiliare di Roma due anni dopo, Vicario generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma senza essere Cardinale quattro anni dopo, Cardinale nel 2018 e incaricato della distribuzione delle indulgenze per i peccati più gravi (graviora) e dei casi di scomunica undici anni dopo…
Nessuna limitazione di ministero o attività per don Marko Ivan Rupnik
Don Marko Ivan Rupnik ha distrutto decine di vite, ma una delle sue opere si trova nell’appartamento di papa Francesco.
Tuttavia, le vittime di papa Francesco non mollano e i media italiani hanno preso le loro difese. La giornalista italiana Roberta Rei ha intercettato don Marko Ivan Rupnik all’Aeroporto internazionale di Roma-Fiumicino «Leonardo da Vinci» all’inizio di marzo, ma lui ha rifiutato di rispondere alle sue domande. Tuttavia, per la prima volta, tre delle sue vittime, tra cui una francese, hanno testimoniato in un programma molto seguito dalla televisione pubblica italiana [QUI: N.d.T.].
Come scrive il sito OSV News [QUI: N.d.T.]:
Il 9 marzo, le presunte vittime di don Marko Ivan Rupnik hanno rilasciato un’intervista a Le Iene, un popolare programma investigativo italiano condotto da Roberta Rei e Marco Occhipinti, andato in onda in prima serata sul canale Italia 1.
Gloria Branciani, Mirjam Kovac e suor Samuelle hanno ripetuto una testimonianza resa al quotidiano Domani nel dicembre 2022 di presunte violenze sessuali e spirituali.
«Ho subito diversi abusi psicologici, ma con sfumature sessuali, da parte di don Marko Ivan Rupnik», ha detto suor Samuelle, che è un’artista del mosaico. «Se trent’anni fa la Chiesa avesse ascoltato Gloria e le altre, venticinque anni dopo non ci sarebbe la mia storia». […]
Nel programma televisivo, le donne hanno confermato la loro precedente testimonianza, in cui affermavano che don Marko Ivan Rupnik avrebbe giustificato gli atti per motivi teologici, arrivando a proporre una relazione sessuale a tre.
Ovviamente si può rimpiangere che le testimonianze vengano rese in televisione e non davanti al tribunale ecclesiastico competente a giudicarne la veridicità, ma oggi funziona così. Anche mons. Jurij Bizjak, Vescovo emerito di Capodistria, che ha appena lasciato il suo incarico e aveva incardinato don Marko Ivan Rupnik nella sua Diocesi dopo che era diventato troppo sulfureux, anche per i Gesuiti, ha risposto ai media italiani sull’argomento. Ha rivelato che don Rupnik non è limitato nel suo ministero e continua a viaggiare in tutto il mondo per vendere e realizzare le sue opere:
In un’intervista con il sito OSV News e gli autori del podcast italiano La Confessione e La Scomunica, mons. Jurij Bizjak, che si è ritirato il 29 novembre 2024 dalla Diocesi di Capodistria, ha dichiarato il 31 gennaio che don Marko Ivan Rupnik, che conosce personalmente, «continua il suo lavoro in tutto il mondo», compresi i recenti viaggi in Brasile e Cina. […]
Quando a mons. Jurij Bizjak è stato chiesto perché avesse deciso di incardinare il Gesuita caduto in disgrazia nella Diocesi di Capodistria, nonostante la sua espulsione dalla Compagnia di Gesù e le informazioni ottenute su di lui da quell’Ordine, ha risposto che don Marko Ivan Rupnik si era rivolto a lui per primo perché era nato in quella Diocesi e perché i due avevano un rapporto personale, essendo nati in Parrocchie vicine. «Tu sei il mio prossimo», gli disse don Rupnik.
Parlando delle accuse contro don Marko Ivan Rupnik, mons. Jurij Bizjak ha aggiunto che, sebbene «abuso spirituale sia un termine molto particolare e delicato», ha preso la decisione di incardinare don Rupnik nella Diocesi «liberamente».
Mons. Jurij Bizjak ha detto che «non aveva alcuna condanna che potesse impedirlo», solo «sospetti», e che «ha fatto tutto in accordo con la Santa Sede», ha detto, aggiungendo «bisogna aspettare il giudizio».
«Ora aspettiamo cosa succederà, ma personalmente ritengo che questo tempo sia un po’ troppo lungo» da aspettare, ha detto.
Un’opera di don Marko Ivan Rupnik nell’appartamento di papa Francesco e altre nella cappella della Nunziatura Apostolica a Parigi
Del resto, è stato il sito Vatican News a rendere pubblico questo fatto: il 22 gennaio, mentre chiama sul cellulare padre Gabriel Romanelli I.V.E., Parroco di Gaza, si vede un’opera di don Marko Ivan Rupnik, un piccolo mosaico riconoscibile per l’oscurità dei suoi occhi dove non brilla alcuna luce, sulla parete dell’appartamento di papa Francesco [QUI: N.d.T.].
È proprio nello stile di papa Francesco, del tipo: «Vi sto dando fastidio a tutti!». Ma è comunque un disordine. Tanto più che mons. Jean-Marc Micas P.S.S., Vescovo di Tarbes e Lourdes, dopo molte esitazioni, ha deciso di far coprire le due porte laterali della Basilique Notre-Dame-du-Rosaire di Lourdes con i mosaici di don Marko Ivan Rupnik con pannelli di alluminio. E ha annunciato che tra qualche giorno saranno ricoperte anche le due grandi porte centrali. Resta da coprire le altre opere di don Rupnik nella Basilica di Lourdes.
Ma a proposito, mons. Celestino Migliore, Nunzio Apostolico in Francia, conserva ancora le opere di don Marko Ivan Rupnik nella sua cappella, in avenue du Président Wilson. Erano state commissionate tempo fa dal card. Fortunato Baldelli, uomo molto devoto ma con un gusto orribile. Quando dunque mons. Migliore farà cancellare queste orribilità? L’estetica ne guadagnerà tanto quanto la morale.
Luigi C.
20-3-25
La Parola di Dio è viva, tagliente come una spada a doppio taglio, capace di discernere i pensieri e le intenzioni del cuore. Così ci ricorda la Lettera agli Ebrei. Eppure, talvolta ci accorgiamo che questa Parola viene offerta al popolo di Dio in modo incompleto, come se si avesse timore della sua forza, come se si volesse addolcirla per non turbare, per non ferire o per non mettere in crisi.
La Seconda Lettura che verrà proclamata Domenica 23 Marzo 2025, è tratta dalla Prima Lettera ai Corinzi al capitolo 10. E’ una pagina di grande intensità e di profondo significato. Paolo scrive a una comunità giovane, fragile, tentata da molti compromessi. Parla ai cristiani di Corinto, ma sembra di ascoltare parole indirizzate direttamente a noi. Ricorda la storia d’Israele, ricorda la fedeltà di Dio, ma anche l’infedeltà del popolo. E avverte: tutto questo è stato scritto per noi, che viviamo il tempo ultimo, il tempo dell’attesa, il tempo della vigilanza. È una parola severa, ma necessaria. Eppure, proprio nella proclamazione liturgica, si è deciso di tagliare alcuni versetti, proprio quelli che forse oggi più che mai avremmo bisogno di ascoltare.
I versetti sette e otto del capitolo dieci di questa Lettera sono stati omessi. La potete trovare qui (
Liturgia del giorno 23 Marzo 2025 sito ufficiale della CEI – Chiesacattolica.it). Sono parole dure, parole chiare: “Non diventate idolatri come alcuni di loro […] Non abbandoniamoci alla fornicazione, come vi si abbandonarono alcuni di essi e ne caddero in un solo giorno ventitremila.”
Sono parole che ci mettono davanti a una verità scomoda: l’idolatria e la fornicazione sono ferite che allontanano l’uomo da Dio, sono scelte che conducono alla morte. Non si tratta di un moralismo esteriore, non si tratta di fissarsi su singoli peccati, ma di indicare che la relazione con Dio non è un fatto teorico. Si gioca nella concretezza della vita, del corpo, della fedeltà.
Perché allora la liturgia ha scelto di omettere proprio questi versetti? Qual è il timore che abita il cuore di chi prepara la Parola da offrire al popolo di Dio? Forse si pensa che la comunità cristiana di oggi non sia in grado di accogliere un richiamo così netto? Che parlare di fornicazione, di idolatria, possa apparire fuori tempo, duro, estraneo alla sensibilità moderna? Eppure, proprio oggi, in un tempo in cui la confusione sul corpo e sull’amore è grande, questa parola avrebbe potuto essere una luce, un aiuto a riflettere sul valore profondo della nostra relazione con Dio e con gli altri.
L’omissione di questi versetti ci lascia un senso di incompiutezza. Sembra che si voglia proteggere il popolo da una verità scomoda, come se fosse meglio non turbare le coscienze. Ma la verità non turba, illumina. Non ferisce, guarisce. Paolo non ha avuto paura di parlare chiaro. Non ha censurato la Parola di Dio, perché sapeva che la comunità di Corinto aveva bisogno di ascoltare tutto, anche ciò che poteva apparire duro. Perché è solo la verità che ci fa liberi.
L’omissione dei versetti che parlano di fornicazione e idolatria rischia di rendere la Parola di Dio una parola sterile, addomesticata. Rischia di privare il popolo di Dio di un alimento forte, capace di sostenere nella lotta spirituale. Perché è di questo che si tratta: siamo in una lotta, in un combattimento che coinvolge tutta la nostra vita. Paolo lo dice con chiarezza: “Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.” Ma se la Parola viene resa debole, se viene annacquata, come potremo restare in piedi?
La Chiesa è madre. E una madre vera dice ai figli la verità, anche quando è difficile. Anche quando significa richiamarli con forza. Non per condannare, ma per salvare. La Parola di Dio non è mai una condanna: è sempre una possibilità di conversione, di ritorno, di vita nuova. Ma perché questa possibilità sia reale, occorre ascoltare tutto quello che Dio dice. Anche quando ci mette a nudo, anche quando ci chiede di cambiare strada.
Forse abbiamo paura che la Parola sia troppo esigente. Ma Dio non ci chiede nulla che non possiamo vivere con la sua grazia. E San Paolo stesso, poco dopo, ci ricorda che “Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze” (1Cor 10,13). Non siamo soli in questo cammino. Non siamo lasciati a noi stessi. Ma abbiamo bisogno di una Parola che non ci lusinghi, che non ci accarezzi soltanto, ma che ci chiami alla verità.
Oggi, davanti a questa lettura spezzata, mutilata, sentiamo l’urgenza di ritrovare il coraggio di annunciare la Parola intera. Perché solo la verità ci salva. Solo la luce piena ci libera dalle tenebre. Solo l’amore che non teme di correggere ci conduce alla vita. È questo che chiede il Signore alla sua Chiesa oggi: non avere paura della Parola, perché “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.”
Ogni Parola. Anche quella che ci inquieta. Perché è quella che ci converte.
Pro sodomiti e pro femministe alla riscossa.
Hanno contestato il documento delle proposizioni da votare: lobby gay e teologhe femministe. La Nocetti e padre Piva, gesuita, hanno fatto da registi. Sono i due gruppi di pressione soprattutto Padre Piva e la "teologa" Nocetti.
Nico Spuntoni: "Flop all’assemblea sinodale. L’élite del laicato si ribella
". Affari Italiani – Fabio Carosi: "Su gay e donne i vescovi divisi: salta l’accordo per il Sinodo: “…Su “accompagnamento delle persone in situazioni affettive particolari” insieme a “responsabilità ecclesiale e pastorale delle donne” non c'è stata unanimità , anzi si è vociferato di un 'assemblea partecipata da “ribelli” che non hanno accettato l'apertura ai gay e ad un maggior coinvolgimento delle donne nelle comunità diocesane e parrocchiali…. monsignor Erio Castellucci, presidente del Comitato nazionale del cammino sinodale: “Abbiamo ribadito che la Chiesa non è composta da guide che ignorano il “sentire” del popolo (di Dio), tirando dritto come se avessero sempre ragione - cosa purtroppo molto diffusa oggi nelle tendenze sovraniste e dittatoriali - ma è composta da guide chiamate a discernere la presenza e l’azione dello Spirito nel Popolo di Dio, del quale fanno parte
”". Luigi C.
Molto, se non tutto, da rifare. La fase conclusiva del Cammino sinodale della Chiesa italiana – che doveva pronunciarsi sul testo delle 50 Proposizioni raccolte sotto il titolo «Perché la gioia sia piena» – è stata segnata non solo da un nulla di fatto, ma in buona sostanza da un rinvio del testo, giudicato da più parti deludenti, nonostante quello in esame fosse un documento di sintesi di ben quattro anni di lavoro della Chiesa italiana. Addirittura, secondo
quanto riferito da Famiglia Cristiana, oltre il 95% degli interventi sulle 50 Proposizioni è «stato critico». Per questo l’Assemblea, suddivisa in 28 gruppi con 957 delegati presenti – di cui 176 vescovi, 246 presbiteri, 442 laici, 31 consacrati, 18 diaconi, 44 tra religiosi e religiose delle 226 diocesi (su 229) non ha potuto decidere.
O, meglio, ha deciso – attraverso il voto di una mozione,
che ha incassato 835 favorevoli, 12 contrari e 7 astenuti (su 854 votanti) – che il testo «Perché la gioia sia piena» sia pesantemente rimaneggiato.
Così il testo è stato affidato alla Presidenza del Comitato Nazionale del Cammino sinodale affinché, con il supporto del Comitato e dei facilitatori dei gruppi di studio, provveda – per sabato 25 ottobre, in occasione del Giubileo delle équipe sinodali e degli Organismi di partecipazione – alla redazione finale, accogliendo emendamenti e aggiustamenti che, alla luce di quanto poc’anzi detto, sarebbero stati troppo numerosi per poter consentire una votazione nella convocazione del Cammino sinodale da poco conclusasi ieri e convocato a partire dal 31 marzo.
«Il testo proposto di fatto è apparso inadeguato», ha infatti spiegato monsignor Erio Castellucci, Presidente del Comitato Nazionale del Cammino sinodale, prima del voto della mozione del rinvio al 25 ottobre, «l’Assemblea di martedì mattina e le moltissime proposte di emendamento avanzate dai 28 gruppi richiedono un ripensamento globale del testo e non solo l’aggiustamento di alcune sue parti. I gruppi in queste due mezze giornate hanno lavorato molto bene, intensamente e creativamente, ritrovando nel testo talvolta anche ricchezze che non emergevano ad una prima lettura, e hanno integrato e corretto il testo; che tuttavia non si presenta ancora maturo».
Per quanto riguarda «le moltissime proposte di emendamento avanzate dai 28 gruppi», anche se non è dato conoscere i testi esatti di questi emendamenti, sappiamo tuttavia che tra i temi ritenuti più prioritari dalla base – per pervenire ad un «testo più maturo», come dichiarato dal Presidente della Cei, Cardinale Matteo Zuppi, nell’Aula Paolo VI – ci sono «l’accompagnamento delle persone in situazioni affettive particolari» e la «responsabilità ecclesiale e pastorale delle donne»; il che, tradotto dal curialese, corrisponde ad una maggiore richiesta di “aperture” verso le persone che vivono non solo una attrazione ma anche una relazione omosessuale e verso il ruolo delle donne. Tutto molto curioso, anche perché nel testo tanto criticato delle aperture già ci sono.
La proposizione n°5, per esempio, indica già che «le diocesi, avvalendosi anche di esperienze formative, prassi già in atto, si impegnino nella formazione di operatori e nuovi percorsi perché le comunità siano compagne di viaggio e favoriscano l’integrazione delle persone che soffrono perché si sentono ai margini della vita ecclesiale a causa delle loro relazioni affettive o condizioni familiari ferite o non conformi al matrimonio sacramentale (sposati civilmente, divorziati in seconda unione e conviventi eccetera) o del loro orientamento sessuale e della loro identità di genere». Comprensibile, quindi, quanto detto dallo stesso Castellucci: «Come vedete non sono neanche tanto chiuse, queste proposizioni».
Allo stesso modo, non mancano nel documento rinviato riferimenti alle donne, perché, se da un lato si è criticato il fatto di aver espunto il riferimento al diaconato, dall’altra è rimasta comunque una sostanziale apertura laddove si dice che è necessario «promuovere la nomina di donne (laiche e religiose) a guida di uffici diocesani, in ruoli di responsabilità pastorale in diocesi, parrocchie e associazioni, […] di promuovere il loro accesso ai ministeri istituiti, perché – come lettrici, accolite, catechiste e referenti di piccole comunità – possano servire le comunità cristiane […]». Solo pochi anni fa ciò sarebbe stato, se non impensabile, certo difficile da leggere. Eppure si son comunque registrate spinte affinché su questi temi si faccia di più e meglio, anche se non è esattamente chiaro come.
Quello che invece è chiaro, allargando lo sguardo, è che ciò che ha a gran voce richiesto l’Assemblea sinodale, seppellendo di emendamenti il testo proposto dal Comitato Nazionale del Cammino sinodale – e costringendo così ad un rinvio ad ottobre della votazione finale – è la solita agenda progressista che sta tanto a cuore ad alcune chiese europee, mentre altre – peraltro ben più povere, giovani, fiorenti e dinamiche (pensiamo a quelle africane) – non voglio vedere neppure da lontano. Si tratta di richieste peraltro avanzate nei 28 gruppi con toni molto accesi, se persino monsignor Castellucci ha alluso a «numerosi i punti che hanno sollevato criticità», a «momenti di tensione» ad un’«Assemblea “ribelle» – salvo poi subito definirla bonariamente «viva, critica, leale».
Vedremo ora ciò che accadrà in autunno e quale sarà il testo sottoposto all’Assemblea e infine votato, benché sempre Castellucci abbia cercato di smorzare da subito certi entusiasmi. Queste le sue esatte ed integrali parole: «Anticipo che vorremmo fare un passo avanti, non “tirare una riga” e ricominciare, perché abbiamo alle spalle quattro anni di Cammino delle nostre Chiese: vorremmo andare verso un testo che, pur mirando alla sintesi e orientandosi a decisioni votabili (prima o poi occorre pure decidere), sia più discorsivo del presente testo delle Proposizioni, anche emendato con i lavori di questi giorni, e più ricco e profondo».
Ora, il riferimento al fatto che sarà un testo «anche emendato» ma che non tirerà, rispetto a quanto tanto criticato (e comunque non così privo di “aperture”), una «riga sopra», lascia intendere le spinte più “aperturiste” emerse nei 28 gruppi in questi giorni di lavoro non saranno accontentate; ma certo, ecco, qualcosa si farà. A margine di questo, e pur con tutto il rispetto per l’«Assemblea “ribelle» – nella quale ci permettiamo di immaginare che abbiano avuto un forte peso i laici (essendo, solo loro, molto centinaia) –, riteniamo che abbia ragione monsignor Castellucci quando dice che la «Chiesa non è composta da guide che ignorano il “sentire” del popolo (di Dio), tirando dritto come se avessero sempre ragione».
Il fatto è che la Chiesa non può neppure – come invece, pare, vorrebbero non pochi laici ma non solo – ridursi ad una realtà in cui le pecore, che in questi tempi difficili vivono sulla loro pelle certamente tante ferite (ma sono anche le più esposte alla secolarizzazione, alle mode e, direbbe un certo Joseph Ratzinger, «ai venti di dottrina»), pretendono di guidare i pastori. In questo senso, la sensazione è che lo stesso metodo sinodale possa evidenziare, come ogni cosa umana, dei rischi pesanti, a partire da quello secondo cui un popolo giustamente ascoltato possa poi diventare un popolo che si alza in piedi, che pretende e mai sazio. Speriamo naturalmente di sbagliarci, ma vedremo. Il 25 ottobre non è poi così lontano

Testo tratto dal Martirologio Romano pubblicato per ordine del Sommo Pontefice Gregorio XIII, riveduto per autorità di Urbano VIII e Clemente X, aumentato e corretto nel MDCCXLIX da Benedetto XIV (quarta edizione italiana, Libreria Editrice Vaticana, MDCCCLV).
Oggi la Chiesa cattolica, secondo il calendario romano tradizionale, celebra il sabato della quarta settimana di Quaresima.
L.V.
5 Aprile 2025, Luna sesta
A Vannes, nella Bretágna minore, san Vincénzo Ferréri, dell’Ordine dei Predicatori, Confessore, il quale, potente per le opere e per la predicazione, convertì a Cristo molte migliaia di infedeli. In Africa la passione dei santi Martiri, i quali, nella persecuzione del Re Ariano Genseríco, furono uccisi in chiesa il giorno di Pasqua. Tra essi un Lettore, mentre sul pulpito cantava «Allelúia», fu trafitto con una freccia alla gola.
Nello stesso giorno san Zenóne Martire, il quale, intriso di pece e gettato nel fuoco, e ferito con una lancia in mezzo al rogo, fu coronato col martirio.
Nell’isola di Lesbo la passione di cinque sante Vergini, che compirono il martirio con la spada.
A Salonícco sant’Iréne Vergine, la quale, avendo nascosto i sacri Libri contro l’editto di Diocleziáno, per questo, dopo aver sopportato il carcere, fu trafitta da una freccia ed arsa nel fuoco, per ordine del Preside Dulcézio; sotto il quale avevano prima sofferto insieme il martirio anche le sue sorelle Agape e Chiónia.
A Palma, nell’isola di Maiórca, santa Caterína Thomas, Vergine, Canonichessa regolare dell’Ordine di sant’Agostíno, da Papa Pio undecimo ascritta nel numero delle sante Vergini.
¶ Ed altrove moltissimi altri santi Martiri e Confessori e sante Vergini.
℟. Deo grátias.

Theodore McCarrick è morto. Che Dio abbia pietà della sua anima.
QUI e QUI Michael Haynes: "Ci vorranno molti anni per calcolare veramente l'influenza devastante di Theodore McCarrick sulla Chiesa. Che dire del danno alle anime: delle persone di cui ha abusato; di coloro che hanno lasciato la Chiesa citando le sue azioni; e del danno causato dai prelati corrotti da lui promossi?
". QUI National Catholic Reporter
. QUI i post di MiL sull'ex cardinale, predatore omosessuale seriale, grande amico del S. Padre Francesco e compagno di casa per anni del card. Kevin Farrell. QUI e QUI Diane Montagna: "Il cardinale Robert W. McElroy, arcivescovo di Washington, ha confermato la morte di Theodore McCarrick in una dichiarazione ma non ha fornito ulteriori dettagli, afferma
QUI Per Mariam
\Michael Haynes. QUI National Catholic Register
. Luigi C.
Riceviamo e pubblichiamo.
Luigi C.
2-4-25
Ancora una volta assistiamo a un atto di resa, un segnale inquietante della progressiva sottomissione della nostra identità cristiana e nazionale all'Islam.
Dopo gli assurdi "venerdì di Ramadan" nelle parrocchie, ora arriviamo al punto in cui una chiesa viene ceduta, per un giorno, alla celebrazione islamica.
Accade a Brindisi, dove la parrocchia San Carlo di Gesù si trasforma in una sorta di moschea improvvisata, con il placet del vescovo e la compiacenza delle solite sigle della sinistra militante.
Non si tratta di semplice dialogo interreligioso, bensì di un episodio di pura capitolazione.
Il vescovo Giovanni Intini, invece di difendere la fede cattolica e i suoi luoghi sacri, ha consegnato la parrocchia agli islamici, permettendo che fosse addobbata con simboli musulmani e trasformata in "casa dell'Islam" per un giorno.
Un'umiliazione in piena regola, con il paradosso grottesco di un invito rivolto dai musulmani ai cristiani nella loro stessa chiesa. Incredibile!
Politica e religione: l’islam penetra il sistema
Ma non basta: a presenziare all'evento c'è Khaled Bouchelaghem, non solo imam ma anche ex candidato del Partito Democratico.
Come se non bastasse l'infiltrazione politica islamista, a fare da cornice c'è la solita compagnia dell'ANPI e dell'ARCI, che confermano ancora una volta il pericoloso connubio tra comunismo e islamismo, un'alleanza che si nutre della complicità dei cattolici più ingenui o, peggio, più conniventi.
Questa non è accoglienza, non è dialogo: è un cedimento senza condizioni!
L'Islam, si sa, non è una semplice religione, ma un progetto politico di conquista. Ogni spazio ceduto, ogni porta aperta, ogni segnale di debolezza viene interpretato come una vittoria e la complicità di certi ecclesiastici in questa operazione non è più tollerabile.
Quante altre chiese dovremo vedere trasformate in centri islamici prima che qualcuno si accorga di quello che sta succedendo? Quanto ancora dovremo subire questa sistematica erosione della nostra identità, delle nostre radici, della nostra cultura?
Il progetto di sottomissione: una strategia mirata
Siamo di fronte a una strategia chiara: l'occupazione progressiva degli spazi della nostra cultura e della nostra fede. E a facilitarla non sono solo gli attivisti islamici, ma anche la Chiesa. Non possiamo restare in silenzio!
Dobbiamo alzare la voce, far capire che la nostra storia, la nostra fede e la nostra civiltà non sono merce di scambio per un'utopica "integrazione" che, nei fatti, si traduce solo in una resa incondizionata.
Questa resa deve finire. Occorre svegliarsi prima che sia troppo tardi! L'Italia è nostra, la nostra identità non si tocca!
Quello che è successo a Brindisi purtroppo non è un caso isolato. A Monfalcone è stata presentata una lista politica a forte connotazione islamica, con l’obiettivo dichiarato di conquistare il governo della città. Prima le amministrazioni locali, poi le chiese, e poi?
Non stare a guardare. Ogni firma è un segnale forte: l’Italia cristiana non si arrende!
I media tacciono o, peggio, promuovono questo processo come se fosse inevitabile. Ma noi non ci arrenderemo!
Per questo, voglio incrementare la nostra vasta campagna di sensibilizzazione online tramite Facebook per informare milioni di italiani su quello che sta accadendo sotto i loro occhi. Ma per farlo,
ho URGENTE bisogno del tuo aiuto!
Considera che, con una donazione di soli 10 €, riusciremo a raggiungere almeno 1.000 persone, con un’offerta di 25 € potremo sensibilizzare 5.000 utenti, mentre con un contributo di 50 € il nostro impatto sarebbe ancora più straordinario, poiché arriveremo a coinvolgere ben 10.000 persone.
Insieme, possiamo fermare questa deriva e difendere ciò che è nostro. Il futuro dell'Italia è nelle nostre mani!
Un saluto militante,
Federico Catani
Direttore della campagna Pro Italia Cristiana
Riceviamo e pubblichiamo.
Luigi C.
COMUNICATO STAMPA
Presentazione del libro “La destra del Signore si è alzata” di Aurelio Porfiri
Roma, 7 aprile 2025 – Chiesa di Santa Maria in Cappella, ore 16
Lunedì 7 aprile 2025, alle ore 16, presso la Chiesa di Santa Maria in Cappella (Via Pietro Peretti, 6 – Roma, zona Trastevere), si terrà la presentazione del libro “La destra del Signore si è alzata” di Aurelio Porfiri, un’opera che affronta con profondità la crisi attuale della Chiesa cattolica, considerata una delle più gravi della sua storia.
L’autore, noto musicista, scrittore e studioso di liturgia, analizza il fenomeno del tradizionalismo cattolico, non tanto come soluzione alla crisi ecclesiale, ma come sintomo di una trasformazione più ampia che investe la Chiesa contemporanea. L’opera offre un’analisi storica dettagliata dell’evoluzione del movimento tradizionalista dopo il Concilio Vaticano II, evidenziando come esso sia una reazione diretta al progressismo e non un elemento isolato.
All’incontro interverranno, oltre all’autore:
• Guido Vignelli, storico e studioso delle dinamiche della civiltà cristiana, che offrirà una lettura critica dell’attuale situazione ecclesiale.
• Filippo Delpino, ex presidente dell’Associazione Una Voce, che porterà la sua esperienza e le sue riflessioni sul movimento tradizionalista.
Il dibattito si concentrerà sulle divisioni interne al mondo tradizionalista e sulle figure chiave che ne hanno segnato la storia, tra cui l’arcivescovo Marcel Lefebvre e l’abbé Georges De Nantes. Porfiri, nel suo libro, non si limita a descrivere i fatti, ma invita alla riflessione su possibili vie d’uscita dalla crisi ecclesiale, cercando un equilibrio tra tradizione e rinnovamento.
L’evento sarà un’occasione unica per approfondire un tema di grande attualità e per comprendere meglio le tensioni interne alla Chiesa e le loro implicazioni teologiche e pastorali.
Ingresso libero con registrazione su Eventbrite o sul sito ufficiale:

Due giorni fa, il 2 aprile, la Chiesa ha commemorato (secondo il calendario tradizionale) un grande santo: S. Francesco da Paola (1416-1507), confessore, fondatore dell'Ordine dei Minimi e patrono di Paola e della Calabria. Su di lui sono stati girati diversi film, ma qui oggi, ne vogliamo ricordare due (quelli più "antichi" e sconosciuti ai più).
Il primo è il mediometraggio (forse il primo a lui dedicato) "Il viandante di Dio" di Nino Tonietti (del 1950) con l'attore Franco Pesce nei panni del santo.
Qui troviamo una scheda di questa pellicola a lungo sperduta e dimenticata.
Il secondo è del 1992, per la regia di Giovanni Leone con Pasquale Anselmo (foto a lato).
Sul canale You Tube di "impressionemeridiane" troviamo tutto il film completo (sotto); una breve scheda
qui.
Roberto

Oremus pro infirmo Pontifice.
L.V.
Informazione, 4 aprile 2025
La situazione del Papa presenta ulteriori lievi miglioramenti dal punto di vista respiratorio, motorio e nell’uso della voce. Nuove analisi del sangue nei giorni scorsi hanno registrato un lieve miglioramento degli indicatori infettivi. Proseguono le varie terapie farmacologica, motoria e respiratoria. In lieve riduzione anche l’ossigenazione: nel corso della giornata la somministrazione ordinaria, quella ad alti flussi con le cannule nelle ore notturne all’occorrenza.
Prosegue l’attività lavorativa. Oggi il Papa ha seguito, in collegamento video, la predica di Quaresima di padre Pasolini in Aula Paolo VI e mercoledì la Messa presieduta da cardinale Parolin in occasione del 20º anniversario della morte di San Giovanni Paolo II.

Vi proponiamo – in nostra traduzione – l’articolo pubblicato il 18 marzo 2025 sul sito dell’Arcidiocesi (cattolica) di Southwark (Regno Unito), in cui si racconta la bella esperienza attraverso la quale, mettendo l’adorazione eucaristica al centro del suo ministero, padre Mark Wharton ha aiutato gli studenti della Cappellania cattolica dell’Università del Kent a incontrare Cristo nella vita quotidiana.
Nel video che riportiamo, padre Mark racconta che ogni giorno durante il periodo scolastico, la Cappellania cattolica organizza l’adorazione eucaristica, durante la quale è possibile confessarsi, e anche la Messa quotidiana.
L’impatto è stato straordinario: quando c’erano cinque persone alla Messa domenicale, ora ce ne sono cinquanta-sessanta ed il numero di partecipanti alla Messa e all’adorazione nei giorni feriali varia, ma in genere si aggira intorno ai venti studenti al giorno.
Il motivo per cui questo approccio ha funzionato, spiega padre Mark, è che con l’adorazione eucaristica si mette «Cristo al centro» e quindi è «Cristo che fa il lavoro». Padre Mark aggiunge che «una volta che lo mettiamo al centro, è Lui che lo dirige» e quindi ogni barriera all’evangelizzazione in un ambiente secolare «viene rimossa».
Nel video si impara di più sull’adorazione eucaristica (con piacere abbiamo notato l’altare rivolto ad Deum ed abbiamo ascoltato i canti in lingua latina) e si ascoltano le testimonianze degli studenti Andrew, Barbara e Priscilla che parlano di come l’adorazione abbia cambiato le loro vite permettendo loro di costruire un rapporto più profondo con il Signore Gesù.
L.V.
Poco dopo la sua ordinazione nel 2022, a padre Mark Wharton è stato chiesto di diventare il cappellano cattolico dell’Università del Kent. Quando è arrivato, il numero di studenti coinvolti era minimo. La partecipazione alla Messa era di circa cinque persone, nella migliore delle ipotesi.
La situazione sembrava desolante e padre Mark disse: «Non sapevo cosa fare. Pregavo intensamente». Nella cappella dell’Università, padre Mark disse di essersi inginocchiato e di aver detto: «Signore, Signore, cosa dovrei fare? Devi mostrarmi cosa vuoi perché non so cosa fare».
Fu in preghiera che padre Mark ebbe l’idea di cercare un sacerdote esperto per un consiglio. «Ho chiesto a un sacerdote anziano, un sacerdote saggio, cosa dovessi fare», spiega padre Mark, «e lui mi ha risposto: “Devi fare quello che fanno i sacerdoti. Devi celebrare la Messa, ascoltare le confessioni e fare l’adorazione”».
E così padre Mark ha iniziato a fare proprio questo. Ogni giorno durante il periodo scolastico, la cappellania cattolica celebra l’adorazione eucaristica, durante la quale si possono ascoltare le confessioni, e anche la Messa quotidiana.
L’impatto è stato straordinario. Quando c’erano cinque persone alla Messa della domenica, ora ce ne sono cinquanta-sessanta. Il numero di partecipanti alla Messa e all’adorazione nei giorni feriali varia, ma in genere si aggira intorno ai venti studenti al giorno. «Sono sempre stato grato a quel sacerdote, ma ora lo sono doppiamente», ha detto padre Mark.
Il motivo per cui questo approccio ha funzionato, spiega padre Mark, è che con l’adorazione eucaristica si mette «Cristo al centro» e quindi è «Cristo che fa il lavoro». Padre Mark aggiunge che «una volta che lo mettiamo al centro, è Lui che lo dirige» e quindi ogni barriera all’evangelizzazione in un ambiente secolare «viene rimossa».
Offrendo l’adorazione eucaristica quotidiana, gli studenti hanno potuto sviluppare il loro rapporto con Cristo. Andrew, uno studente del Kent, aveva avuto problemi con la sua fede in passato, ma spiega: «Mi sono imbattuto in padre Mark e nella cappellania e da allora non sono più riuscito ad andarmene».
Andrew cita l’impatto che l’adorazione ha avuto su di lui e sul suo rapporto con il Signore Gesù. «Non sapevo davvero cosa fosse l’adorazione», ha detto Andrew, «ho imparato tutto qui… ed è stato l’aspetto che mi ha cambiato di più la vita» durante il mio periodo all’università. «Ad essere sincero, la adoro», aggiunge.
Priscilla, una studentessa internazionale dell’Università, ha detto che l’Apostolato è stata la sua prima esperienza di adorazione. All’inizio ha fatto davvero fatica, ma dopo alcuni consigli di padre Mark parla dei «benefici» dell’adorazione. Il suo consiglio per altre persone come lei, che non sanno da dove cominciare, «è come andare in bicicletta, bisogna fare pratica per diventare bravi. Quindi se vuoi davvero, davvero ottenere il beneficio dell’adorazione devi andare».
Questo consiglio è sottolineato da padre Mark, che ha detto che la chiave dell’adorazione è «molto semplice»: bisogna esserci perché «l’adorazione è un incontro con il desiderio di Dio per noi» e se «ci arrendiamo, scopriamo quanto è grande».
Nell’adorazione, spiega padre Mark, «noi guardiamo Lui e Lui guarda noi». Padre Mark ha detto che nel mondo di oggi si sente spesso parlare di «linguaggi dell’amore, come le parole di affermazione e il dono», ebbene il linguaggio dell’amore del Signore, spiega, «è il tempo di qualità».
«Ogni volta che si legge nelle Scritture dell’incontro del Signore con qualcuno, il Suo desiderio è di stare con loro», ha detto padre Mark. Nell’adorazione, aggiunge padre Mark, il Signore Gesù «soddisfa il desiderio del suo cuore di essere con noi e noi con Lui».
Questo è qualcosa di cui la studentessa Barbara parla nella sua esperienza di adorazione: «Nell’adorazione, lascio semplicemente che tutto mi travolga. Non so nemmeno cosa succede intorno a me perché è tra me e Cristo. Siamo solo io e Lui».
Nient’altro conta, dice Barbara, perché «tutto viene da Lui. Quindi non conta nient’altro a parte Lui».
Andrew spiega perché l’adorazione piace così tanto ai giovani come lui: «Da giovani siamo così abituati a scorrere i social media. Ho notato che le nostre menti non sono mai a riposo. C’è sempre una cosa dopo l’altra. Sempre TikTok, Snapchat, Instagram. “Oh, devo fare questo. Devo fare questo compito”. Ma è solo adorazione. Solo Gesù può riempire un’intera grande sala con tanta pace. E ti rallenta. E questa è adorazione».
La riflessione di Andrew sui giovani di oggi è esattamente il motivo per cui padre Mark offre l’adorazione ogni giorno, come ha dichiarato: «Il motivo per cui abbiamo l’adorazione ogni singolo giorno è perché penso che sia essenziale fornire uno spazio per i cuori dei giovani, giovani uomini e donne che cercano Cristo e coloro che non lo cercano per riposare, per venire qui e permettergli di parlare».
Quando qualcuno gli chiede perché l’adorazione sia così importante, padre Mark risponde: «Io dico, guardate, il Signore è davvero presente, quindi venite e state con Lui. PermetteteGli di convincervi che è qui e che siete intimamente legati a Lui. Questo è ciò che vogliamo, ed è ciò che Lui vuole»
Gli studenti che frequentano l’ufficio del cappellano al Kent esprimono la loro travolgente gratitudine a padre Mark per aver mostrato loro la bellezza dell’adorazione. Andrew ha detto: «Padre Mark è una grande, grandissima benedizione. Direi che tutti all’interno dell’ufficio del cappellano apprezzano padre Mark» e questo perché, afferma Andrew, «ci ha aperto a cose come l’adorazione, che è davvero, veramente un cambiamento di vita. E vorrei che molte parrocchie lo facessero più spesso. Qui lo facciamo ogni giorno».
Anche il sostegno pastorale di padre Mark è evidente, come spiega Barbara: «È sempre disponibile ad aiutarti. E poi c’è il fatto che è disposto a offrire adorazione, confessione e Messa ogni singolo giorno. Non hai letteralmente scuse per dire: “Oh, non potevo venire”. Lui lo offre ogni giorno».
Il ministero presso l’ufficio del cappellano a Kent è pieno di speranza e ottimismo, specialmente in questo anno giubilare. Ma, spiega padre Mark, è nel Santissimo Sacramento che troviamo la speranza «perché è Cristo. E Cristo dice che se lo seguiamo, tutto è possibile».
Padre Mark e gli studenti dell’assistenza spirituale del Kent sono stati intervistati dall’Arcidiocesi di Southwark nell’ambito della campagna di mons. John Wilson, Arcivescovo metropolita di Southwark, per promuovere l’adorazione eucaristica nell’anno della speranza. Per saperne di più su questa campagna, visitate il sito rcaos.org.uk/hopeinadoration.
Pratichiamo la S. Comunione frequente.
Luigi C.
1.Ne Lo spirito del santo Curato d’Ars, padre Alfred Monnin scrive che San Giovanni Maria Vianney diceva che se si volesse fare una comparazione tra tutte le opere buone ed una sola comunione ben fatta, ci sarebbe uno scarto infinito a favore di quest’ultima. Egli utilizzava l’immagine del granellino di sabbia paragonato ad un’enorme montagna, laddove il granellino sarebbe l’insieme delle opere buone e l’enorme montagna la comunione ben fatta. Davvero è così? Che forse il Santo Curato non abbia esagerato? E invece è proprio così. Vediamo perché.
2.Quando l’uomo compie opere buone (dovere per ogni cristiano), queste si rivolgono direttamente ai fratelli e indirettamente a Dio. Tutte le opere di misericordia, spirituale o corporale che siano, si compiono a favore del prossimo per glorificare Dio adempiendo la sua volontà. Quando, però, l’uomo si comunica, accoglie direttamente Dio in corpo, sangue, anima e divinità. Pertanto, l’accogliere in questo caso non è prima di tutto ai fratelli e poi indirettamente a Dio, bensì direttamente a Dio stesso.
3.Giustamente il Santo Curato non fa riferimento alla solo comunicarsi, bensì alla comunione fatta bene.
Qaundo l’anima si fa trovare perfettamente pulita, splendente per il Divino Ospite, allora questa accoglienza diventa davvero un’opera buonissima…che è incomparabilmente al di sopra di tutte le altre possibili opere buone.
4.Detto ciò, viene da chiedersi: quale giudizio avrà il Santo Curato vedendo dal paradiso come oggi si è soliti comunicarsi? Oggi, che per tanta confusione dottrinale da parte dei confessori, avvengono così tante comunioni sacrileghe.
Piccole buone notizie dalla Liguria: "Il bambino ha scelto di entrare nel seminario minore del Bambin Gesù di Arenzano. Studia, gioca in attesa di comprendere quale sarà la sua strada".
Luigi C.
Francesco (il nome è di fantasia) ha undici anni e arriva dalla Sardegna. Primocanale lo incontra sulla grande terrazza panoramica del Santuario del Bambino Gesù di Arenzano. È timido, porta un paio di occhiali rotondi che lo fanno assomigliare non poco al maghetto più famoso al mondo, Harry Potter. I suoi occhi parlano di sogni grandi e di un mondo interiore ricco di domande, mentre i suoi coetanei immaginano il futuro tra calci al pallone e videogiochi, che senza problemi pratica anche lui, Francesco ha scelto un cammino diverso, che sorprende e incuriosisce: il seminario minore per diventare prete.
Dalla Sardegna al Santuario del Bambino Gesù di Arenzano
"È stata una meravigliosa decisione presa in assoluta serenità", racconta la mamma Paola giunta dalla Sardegna in questi giorni per trascorrere 48 ore insieme al figlio. Un passo che è nato piano, come un seme piantato nei giorni di catechismo, nelle preghiere della sera accanto alla nonna, nei racconti di quel sacerdote che, con parole semplici e profonde, sapeva accendere nei ragazzi il desiderio di qualcosa di più grande. Ma non gli manca la mamma a Francesco? "Riusciamo entrambi a gestire la lontananza - risponde lei - non ci sono problemi abbiamo imparato insieme a colmare questo vuoto naturale che si viene inevitabilmente a creare". Francesco racconta che non si è trattato di una rinuncia, per lui "è grande un'avventura spirituale", un'opportunità per capire se la chiamata che sente dentro potrà diventare la strada da percorrere.
L'ingresso in seminario
L'ingresso all'interno del Santuario del Bambino Gesù di Praga ad Arenzano è stato un giorno emozionante per Francesco,
lo zaino era pieno di libri, quaderni e qualche piccola paura. Lasciare la famiglia, anche se solo per alcuni giorni a settimana, non è facile per tutti, figurarsi per ragazzo così giovane, ma il desiderio di conoscere, studiare, e conoscere nuovi compagni di vita in un ambiente dove la spiritualità è al centro di ogni giornata ha reso il passo più leggero. Alla fine dal primo saluto fatto ai genitori ne sono passati molti e molti altri, sino ad arrivare a due anni di permanenza all'interno del Santuario del bambino Gesù di Praga.
Come trascorre le giornate
Le giornate di questo ragazzo scorrono serene tra scuola, preghiera e momenti di svago con i nuovi amici. Francesco con la sue parole e le sua serenità ci fa scoprire che il seminario non è un luogo di sacrificio, ma una casa in cui si cresce insieme, dove si condivide e si impara a guardare il mondo con occhi diversi, non sa ancora se un giorno diventerà sacerdote, ma sa con certezza che questa esperienza lo aiuterà a capire meglio se stesso per il proseguo della sua vita.
Grazie a Sandro Magister per questa analisi sugli abbandoni del cattolicesimo in Europa e nel Mondo, dove l'Italia è in testa. Un altro "effetto Francesco?,
Luigi C.
3-3-25
Chissà se a papa Francesco, che è vescovo di Roma e primate della Chiesa italiana, è caduto l’occhio sull’ultima indagine del
Pew Research Center di Washington, che proprio in Italia registra un crollo senza precedenti dell’appartenenza alla Chiesa cattolica, un crollo in questo momento più forte che in qualsiasi altro paese del mondo.
Il grafico qui a fianco né dà una misura. Per ogni singola persona che in Italia si aggiunge alla Chiesa cattolica, più di 28 l’abbandonano. Con il più alto divario tra i 36 paesi indagati.
L’abbandono messo a fuoco dal grafico è di chi è cresciuto nella Chiesa cattolica ma ora dice di non appartenervi più, avendo abbracciato un’altra religione o, molto più frequentemente, avendo rinunciato a qualsiasi appartenenza religiosa.
Altrettanto sbilanciati, in Italia, risultano anche le uscite e gli ingressi nell’area dei senza religione. Per ogni italiano che esce da quest’area abbracciando una fede, ve ne sono anche qui più di 28 che vi entrano.
Questo abbandono dell’appartenenza alla Chiesa è massiccio soprattutto in età giovanile. Il 44 per cento degli italiani tra i 18 e i 34 anni dicono d’aver abbandonato la fede cattolica della loro infanzia e di non appartenere oggi ad alcuna religione (salvo isolati casi di passaggio a un’altra fede), contro il 16 per cento degli adulti tra 35 e 49 anni e il 17 per cento di quelli con 50 anni e più.
Anche il livello di istruzione incide. Tra gli italiani con un livello di istruzione più alto 33 su cento dicono d’aver abbandonato la Chiesa e di non identificarsi più in nessuna religione, contro il 21 per cento di chi è meno istruito.
E così il sesso. Tra i maschi il 28 per cento dice di aver abbandonato la Chiesa, mentre tra le donne la quota è del 19 per cento.
Dal confronto tra i 36 paesi oggetto dell’indagine del Pew Research Center il cristianesimo risulta essere la religione con i più alti indici di fuoruscita, seguito dal buddismo, che ad esempio in Giappone è stato abbandonato dal 23 per cento e in Corea del Sud dal 13 per cento degli intervistati, che ora si identificano come senza religione.
Ma la Corea del Sud è anche uno dei rari casi di movimento in direzione opposta. Lì il 9 per cento degli intervistati dice di essere cresciuto senza un’affiliazione religiosa ma di appartenere oggi a una religione, che per la maggior parte di loro è la cristiana. A identificarsi come cristiani sono oggi il 33 per cento dei sudcoreani.
L’erosione dell’appartenenza alle Chiese cristiane con il conseguente aumento dei senza religione è un fenomeno che accomuna un gran numero di paesi. Alcuni di questi, in particolare nell’Europa centrosettentrionale, hanno già sperimentato questo esodo da molti anni e quindi oggi registrano indici di abbandono minori di quelli italiani, dove invece il fenomeno è più recente e raggiunge oggi i picchi più alti.
In Italia l’incognita sul futuro di questa evoluzione è data in buona misura da ciò che accadrà nella vasta “zona grigia” di coloro che praticano poco o per niente i riti della Chiesa eppure continuano a dichiararsi appartenenti alla religione cattolica.
La più approfondita e aggiornata esplorazione di questa “zona grigia” è in una
ricerca del novembre 2024 compiuta dal CENSIS, autorevole istituto italiano di ricerca sociologica, e dall’associazione “
Essere Qui”, creata alcuni anni fa con la convinzione che “la cultura cattolica abbia ancora molto da offrire allo sviluppo umano, sociale ed economico” in Italia e in Europa, con presidente l’eminente sociologo Giuseppe De Rita, 92 anni, indimenticato protagonista della temperie postconciliare, e tra i soci di spicco l’ex presidente della commissione europea Romano Prodi e il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi.
Questa ricerca individua nel 71,1 per cento della popolazione adulta la quota di coloro che in Italia continuano a definirsi “cattolici”.
Più in dettaglio, però, solo il 15,3 per cento degli italiani si dichiara cattolico praticante, mentre gli altri o dicono di partecipare di raro alle funzioni della Chiesa, il 34,9 per cento, o si definiscono “cattolici non praticanti”, il 20,9 per cento.
È questo complessivo 55,8 per cento degli italiani a costituire la “zona grigia”. Di essi più della metà non si riconoscono nell’istituzione Chiesa, dicono di non andare in chiesa perché basta “vivere interiormente la fede”, ma tutti concordano nel ritenere il cattolicesimo parte integrante dell’identità e della cultura nazionale.
Alla vita dopo la morte continua a credere il 58 per cento degli italiani e la maggior parte di questi credono che sarà una vita diversa tra chi si è comportato bene o male. Ma nella vita presente – scrivono gli autori della ricerca – “il senso del peccato non è particolarmente sentito, anche perché negli ultimi cinquant’anni la cultura cattolica è stata fortemente ‘perdonista’”, e al senso del peccato si è sostituito un più generico e individualistico senso di colpa.
“La ‘zona grigia’ nella Chiesa di oggi – scrivono ancora gli autori della ricerca – è quindi il risultato dell’individualismo imperante, certo, ma anche di una Chiesa solo orizzontale che fatica a indicare un ‘oltre’”.
Il rischio – aggiungono – è che anche questa “zona grigia”, lasciata a se stessa, “evapori in poco tempo”. Nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni quelli che si definiscono cattolici sono già scesi al 58,3 per cento, dal 71,1 per cento della media generale.
Ma potrebbe rivelarsi illusorio, per la Chiesa italiana, anche “tentare di ricondurre parte del gregge nell’ovile, solo facendo leva sul senso di appartenenza e su una latente nostalgia per il sacro”.
Più efficace sarebbe “star dentro alla ‘zona grigia’ per far leva su quello stesso senso di appartenenza e di nostalgia, ma non per avviare un cammino di ritorno, bensì per animare e illuminare la ‘zona grigia’ lì dove si trova, per accompagnare il gregge verso un ‘oltre’ che non sa più dove si trova, ma che non ha scordato”.
Questa lettura in chiave ottimistica della condizione attuale del cattolicesimo in Italia è risuonata sabato 29 marzo sotto le volte della cattedrale di Roma, la basilica di San Giovanni in Laterano, in un
incontro convocato proprio per commentare la ricerca del CENSIS e di “Essere Qui”.
A farsene portavoce sono stati lo stesso Giuseppe De Rita con il figlio Giulio, il gesuita Antonio Spadaro, molto vicino a papa Francesco, e il capo di Sant’Egidio Riccardi, che nel concludere ha messo in guardia dal puntare su una “minoranza creativa”, a suo giudizio solo consolatoria, quando invece “ci vuole una Chiesa di popolo”.
Anche per De Rita bisogna non avere paura della “zona grigia”, ma puntare sulla soggettività come elemento comune, anche spirituale, tra persone che non frequentano i luoghi sacri ma comunque si fanno il segno della croce prima di una partita di calcio e ancora pensano ciascuna a modo suo all’aldilà.
Il soggettivismo deve essere ritenuto non un nemico, ha detto ancora De Rita, ma il campo da coltivare, per procedere insieme “in avanti e in alto”, come disse Pierre Teilhard de Chardin, ossia coniugando indissolubilmente “evangelizzazione e promozione umana” e lasciando “lavorare lo spirito”.
“Il lavoro dello spirito” era appunto il titolo dell’incontro in San Giovanni in Laterano. Dove lo “spirito” era insieme il “logos” razionale, umano, e il “Verbo” divino che la Chiesa ha il mandato di predicare, come ha messo in luce un altro degli oratori, il filosofo non credente Massimo Cacciari.
Per Cacciari però la Chiesa non deve cedere passivamente all’odierna “catastrofe antropologica”, ma porsi di nuovo come “segno di contraddizione”, anche assieme a chi non crede ma vuole ricostruire in pienezza il dissolto ”homo politicus”.
E proprio sull’esigenza di una Chiesa “segno di contraddizione” ha concentrato il suo intervento – in evidente controcanto rispetto a De Rita, Riccardi e Spadaro – il sacerdote di Roma Fabio Rosini, biblista e docente di comunicazione della fede alla Pontificia Università della Santa Croce.
Per Rosini la “zona grigia” è il segnale di una crescente irrilevanza della Chiesa nella società, se non di un vero e proprio “suicidio ecclesiale”, fatto di subalternità ai poteri di questo mondo e di riduzione dell’annuncio cristiano a una triste precettistica morale.
Per avere risultati “in totale controtendenza rispetto alle statistiche della ricerca”, ha detto Rosini, “non occorre fare il minimo sconto al segno di contraddizione che è il Vangelo”. E ha citato un memorabile discorso di Joseph Ratzinger del 1969:
“Il futuro della Chiesa risiederà in coloro le cui radici sono profonde e vivono nella pienezza pura della loro fede. Non risiederà in coloro che non fanno altro che adattarsi al momento presente. […] Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poiché il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. In contrasto con un periodo precedente, verrà vista molto di più come una società volontaria, in cui si entra solo per libera decisione. […] Il futuro della Chiesa, ancora una volta come sempre, verrà rimodellato dai santi, ovvero dagli uomini le cui menti sono più profonde degli slogan del giorno”.
Insomma, la “zona grigia” del cattolicesimo in Italia non è realtà a cui accondiscendere, ha concluso Rosini, ma “un’occasione provvidenziale per essere Chiesa profetica”. Impresa audace, perché “la Chiesa è il luogo del sublime” e “il bello e il facile vanno difficilmente d’accordo”.

Testo tratto dal Martirologio Romano pubblicato per ordine del Sommo Pontefice Gregorio XIII, riveduto per autorità di Urbano VIII e Clemente X, aumentato e corretto nel MDCCXLIX da Benedetto XIV (quarta edizione italiana, Libreria Editrice Vaticana, MDCCCLV).
Oggi la Chiesa cattolica, secondo il calendario romano tradizionale, celebra il venerdì della quarta settimana di Quaresima.
L.V.
4 Aprile 2025, Luna quinta
A Sivíglia, in Spagna, sant’Isidóro Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa, illustre per santità e per dottrina, il quale illustrò la Spagna con lo zelo per la fede cattolica e per l’osservanza della disciplina ecclesiastica. A Miláno la deposizione di sant’Ambrógio Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa, per il cui zelo, fra le altre opere meravigliose per dottrina e per miracoli, al tempo dell’eresia Ariana, quasi tutta l’Itália ritornò alla fede cattolica. La sua festa si celebra il sette Dicembre, giorno nel quale fu ordinato Vescovo di Miláno.
A Salonícco i santi Martiri Agatópode Diacono e Teódolo Lettore, i quali, sotto l’Imperatore Massimiáno e il Preside Faustíno, per la confessione della fede cristiana, furono gettati in mare con una pietra legata al collo.
A Costantinópoli san Platóne Monaco, che per molti anni combatté con animo invitto contro gli eretici distruttori delle sante immagini.
In Palestína san Zósimo Anacoreta, che si prese cura delle esequie di santa María Egizíaca.
A Palérmo san Benedétto da san Filadélfo, per il colore nero della pelle soprannominato il Moro, dell’Ordine dei Minori, Confessore, il quale, illustre per miracoli e per virtù, si riposò nel Signore, e dal Papa Pio settimo fu iscritto nel numero dei Santi.
¶ Ed altrove moltissimi altri santi Martiri e Confessori e sante Vergini.
℟. Deo grátias.

Grazie a Marco Tosatti per questa traduzione dell'analisi di Mons. Héctor Rubén Aguer, Arcivescovo Emerito di La Plata (Argentina). Chiese e seminari voti, "effetto Francesco"?
"Sessant’anni dopo la chiusura del Concilio Vaticano II, è tempo di guardare in faccia la realtà. La “Chiesa in uscita”, che cerca coloro che non conoscono Cristo o si sono allontanati da Lui, non deve essere una “Chiesa in fuga” dalla propria essenza e missione".
The Catholic Thing – Robert Royal: Un giro d’orizzonte: “Se sinodalità significa una Chiesa aperta e in ascolto, forse è giunto il momento di aprirsi a questo mondo che è cambiato e di ascoltare coloro che cercano di viverci con fede
”. Luigi C.
26 Marzo 2025
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, José Arturo Quarracino, che ringraziamo di cuore, ci ha inviato questo articolo di mons. Héctor Rubén Aguer, che portiamo alla vostra attenzione. Buona lettura e condivisione.
Il declino della Chiesa e il pontificato di Francesco
Si è celebrato il dodicesimo anniversario del pontificato di Francesco. I resoconti del Vaticano sono solitamente autocelebrativi. È molto difficile racchiudere in un giudizio la realtà ecclesiale, che è vasta e con differenze tra i Paesi, ma da un certo punto è possibile contemplare l’ambiente circostante; Posso farlo, quindi, da questo angolo dell’estremo sud che è l’Argentina, una nazione che è (o era?) prevalentemente cattolica. Si dice che “un bottone è sufficiente come campione”.
Il declino della Chiesa è evidente. I vescovi vivono nella loro nuvola. I seminari, popolati da giovani il cui numero si può contare sulle dita di una mano. Ce n’è addirittura uno, vecchia di cento anni, in cui nel 2025 non è entrato neanche un seminarista! Le vocazioni non compaiono. Il mandato di Cristo (“fate che tutti i popoli – pánta ta éthne – siano miei discepoli”) deve essere sempre adempiuto. Dove sono gli apostoli? La gente è sconcertata; Molti fedeli sentono il desiderio di tempi migliori.
Penso che due lamentele di Papa Paolo VI siano ancora valide: “Ci aspettavamo – dopo il Concilio Vaticano II – una primavera rigogliosa e venne un inverno rigido”; “attraverso qualche fessura il fumo di Satana è penetrato nel tempio di Dio.”
La presenza ecclesiale nella società è strettamente limitata; i giornalisti lo percepiscono perché riconoscono, in una prospettiva storica, che nel nostro Paese la Chiesa cattolica è sempre stata un’entità ufficiale. Siamo considerati un paese cattolico. Ma i battesimi non esistono; Il tasso di natalità in Argentina è crollato: nel 2023, con 460.902 nascite, è stato registrato il dato più basso degli ultimi 50 anni!
E il matrimonio non esiste più, ora ci sono le “coppie”. La presenza pubblica della Chiesa è inesistente; appare nell’ambiente giornalistico solo se esprime giudizi politici, in particolare contro il governo.
La Chiesa deve impegnarsi nel suo compito specifico: fare cristiani gli uomini, impregnare la loro condotta dei mandati della Scrittura e della Tradizione e guidarli verso il Cielo. Le successive crisi del clero lasciano il segno, soprattutto perché accrescono l’allontanamento della società dall’ideale cristiano. Non esiste una cultura cristiana; Le università cattoliche includono un’informazione teologica parziale, ma non svolgono la funzione principale, che è quella di rendere la Chiesa presente nella società argentina, cioè di creare una cultura cristiana. Non conosco pensatori cattolici di spicco, come ad esempio Charles Sacheri. Assassinato nel 1974, subito dopo la messa a San Isidro, davanti alla moglie e ai sette figli, da terroristi dell’Esercito Rivoluzionario Popolare (ERP).
È stato appena pubblicato l’ Annuario Statistico della Chiesa , con i dati del biennio 2022-2023. Rivela che il numero dei vescovi è aumentato : da 5.353 nel 2022 a 5.430 nel 2023. E, parallelamente, è diminuito il numero dei sacerdoti : alla fine del 2023 erano 406.996 in tutto il mondo; con un calo di 734, rispetto al 2022. E, nel caso dei seminaristi la situazione è più che preoccupante: si registra un calo sostenuto dal 2012 ; e sono passati da 108.481 nel 2022 a 106.495 nel 2023.
In altre parole: il numero di sacerdoti e seminaristi sta diminuendo, mentre quello dei vescovi sta aumentando! Anche in Argentina abbiamo un’inflazione di questi: negli ultimi dodici anni il numero dei vescovi ausiliari si è moltiplicato.
E ci sono diocesi in cui il numero dei vescovi supera o è uguale al numero dei seminaristi.
Come cattolico, credo nella Chiesa e la amo. Vorrei vederla fiorire.
Prego per lei e per il Sommo Pontefice; per la salute del tuo corpo e soprattutto della sua anima.
Sessant’anni dopo la chiusura del Concilio Vaticano II, è tempo di guardare in faccia la realtà.
La “Chiesa in uscita”, che cerca coloro che non conoscono Cristo o si sono allontanati da Lui, non deve essere una “Chiesa in fuga” dalla propria essenza e missione.
Ettore Aguer
Arcivescovo emerito di La Plata.

mercoledì 9 aprile 2025, ore 18:00
CREMONA, convento dei PP. Barnabiti, viale Trento e Trieste, 1.
Conferenza sul tema "Merry del Val, il cardinale che servì quattro Papi".
Riceviamo e pubblichiamo.
"Cari Amici, sono lieto di trasmettervi in allegato la locandina del prossimo incontro promosso dal Gruppo Ghisi.
Questa volta parleremo del card. Merry del Val. Come già nel caso recente del conte Stanislao Medolago Albani (i tanti che sono intervenuti lo sanno), non tanto per affrontare l'argomento solo dal punto di vista storico, quanto per mettere in evidenza le peculiarità di una figura cruciale per il ruolo che svolse al servizio di quattro Pontefici. Lui fu un eroe, che lottò contro il modernismo
e contro tutte le eresie. Lo potremo scoprire bene nel corso della serata. Vi aspetto numerosi. Un caro saluto.
Mauro Faverzani"
Luigi C.

Cari amici della rubrica 300 denari, riceviamo e riproponiamo volentieri una pregevole replica di Giovanni Formicola (già ospitato più volte su Messa in Latino) al precedente post di Roberto, Ventotene. L’Europa che ci ‘rende liberi’, pubblicato lo scorso giovedì e che ha aperto un dibattito interessante tra i nostri lettori. La posizione più (filosoficamente) “contro-rivoluzionaria” di Formicola sostiene che i padri fondatori dell’Unione Europea, pur essendo formalmente cattolici, fossero in realtà promotori di un progetto politico intrinsecamente rivoluzionario. La deriva laicista odierna non sarebbe quindi un tradimento della loro visione - tesi sostenuta da Roberto - quanto piuttosto, la sua naturale conseguenza. La loro azione avrebbe infatti favorito un processo di ‘normalizzazione’ e laicizzazione dei popoli che, senza il loro ‘collaborazionismo’ (fintamente) cattolico, non sarebbe stato possibile.
Dopo aver ricevuto questo contributo, abbiamo visionato il video dell’Osservatorio Van Thuan (qui il link), che esprimeva posizioni simili, e uno speciale de Il Timone (qui il link), che si avvicinava invece alle tesi del post di Roberto. Perché pubblichiamo la replica di Giovanni Formicola? Per tre motivi:
- È una risposta solida e argomentata.
- Rispecchia la posizione di altri collaboratori della rubrica 300 denari.
- In dubiis, libertas: sia Roberto che Giovanni esprimono opinioni che riteniamo legittimo ospitare e far confrontare con libertà nella nostra rubrica. Così come abbiamo dato spazio sia agli economisti austriaci che a quelli distributivisti, riteniamo che anche in questo caso sia opportuno favorire un’arena di confronto aperta.
Di seguito, il contributo di Giovanni Formicola, che ringraziamo e salutiamo.
Gabriele
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Contatto e-mail e presentazione della rubrica
* * *
Di "Ventotene", contro "Ventotene", non mi sembra necessario argomentare, se non parafrasando il noto detto di un genio italico del XX secolo, Ennio Flaiano, a proposito di comunismo e anti-comunismo. "I comunisti hanno letto Marx, gli anti-comunisti sono quelli che l'hanno capito"; così per "Ventotene": c'è chi lo ha letto, ma chi lo ha capito inevitabilmente lo avversa come uno sciagurato ed esiziale programma.
Mi lascia però perplesso e persino un po' amareggiato il fatto che tanti, troppi, buoni pubblichino, su ottimi spazi, considerazioni che oppongono alla nefasta Europa pensata a Ventotene, quella divisata da Schuman, Monnet, Adenauer e Degasperi (non è un refuso: si chiamava così), che siccome ideata da cattolici sarebbe (stata) buona e benefica. In realtà, quei signori - delle cui buone intenzioni non discuto, ma so quale via è lastricata di buone intenzioni - erano cattolici di una specie particolare: erano democristiani, cioè cattolici democratici. E in proposito mi pare utile citare Antonio Gramsci, il cui pensiero è perverso, ma non gli si può negare una grande intelligenza rivoluzionaria, che gli permetteva di scorgere i germi della Rivoluzione ovunque fossero annidati, ben oltre la veste esteriore o il nome. Il comunista sardo coglie del cattolicesimo democratico tutta la vena progressista, conformemente alla sua natura di espressione politico-sociale del modernismo teologico: «Il modernismo non ha creato “ordini religiosi” ma un partito politico, la democrazia cristiana» (Gramsci, Quaderni del carcere, II, 1384), cioè, «modernismo significa politicamente democrazia cristiana» (ibid., 1305); «Il cattolicismo democratico fa ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida. […] Perciò non fa paura ai socialisti l’avanzata impetuosa dei popolari […]. I popolari stanno ai socialisti come Kerensky a Lenin» (Gramsci, I popolari, in L’Ordine Nuovo, anno I, n. 24, 1-11-1919, 286).
E questa tesi della natura rivoluzionaria (cui ovviamente non è essenziale la violenza) dei democristiani-cattolici democratici, è confermata proprio da costoro. Una piccola antologia.
Comincia De Gasperi, «Noi ci siamo definiti “un Partito di centro che si muove verso sinistra”» (Intervento al Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana, del 31 luglio-3 agosto 1945), e se non fosse stato chiaro ribadisce, «La democrazia Cristiana [è un] partito di centro inclinato a sinistra, [che] ricava quasi la metà della sua forza elettorale da una massa di destra» (Discorso al III Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, Venezia 2/5-6-1949). E su questa linea si muoverà, con le parole e i fatti, tutta la classe dirigente (elettori e base sono un’altra cosa, fondamentalmente ingannati) e intellettuale della DC. Leopoldo Elia, più volte parlamentare, ministro ed anche presidente della Corte costituzionale, dirà che «De Gasperi avvertiva il pericolo che fare dell’anticomunismo la ragione dominante della propria fortuna politica poteva alimentare tendenze reazionarie [e non sia mai!]» (L. Elia, Dossetti, Lazzati e il patriottismo costituzionale, in L. Elia e Pietro Scoppola, A colloquio con Dossetti e Lazzati. Intervista di Leopoldo Elia e Pietro Scoppola (19 novembre 1984), il Mulino, Bologna 2003 ,147). L’intellettuale cattolico democratico, Pietro Scoppola, ha ulteriormente – ed autorevolmente – confermato questa tesi sull’azione e l’identità politica autentiche della DC: «In sostanza, la Dc ha sempre raccolto un elettorato prevalentemente moderato, che è stato tuttavia coinvolto in una politica prevalentemente diretta (tranne alcune parentesi) ad un ampliamento verso sinistra delle basi di consenso alla democrazia e alla funzione di governo» (ibidem, 132). E se possono non stupire le dichiarazioni di un catto-democratico «estremista» come Ciriaco De Mita, che facendo eco quasi letterale, non so quanto consapevolmente, alla frase di un vecchio democristiano francese (poi transitato all’estrema destra), Georges Bidault, «gouverner au centre et faire, avec les moyens de la droite, la politique de la gauche», afferma con orgoglio modernista che «Quando gli storici si occuperanno di fatti e non solo di propaganda spiegheranno che il grande merito della DC è stato quello di avere educato un elettorato che era naturalmente su posizioni conservatrici se non reazionarie a concorrere alla crescita della democrazia. La DC prendeva i voti a destra e li trasferiva sul piano politico a sinistra» (Corriere della Sera, Intervista all’on. Ciriaco De Mita, 23-8-1999). Forse potrebbero ancora stupire quella di un «moderato» (e così, in un certo senso, si chiude il cerchio modernista-progressista nel quale è collocata tutta la leaderhip DC), «Un Doroteo doc come Flaminio Piccoli non teme affatto l’ipotesi di un accordo a sinistra. “È dagli anni ’60 – afferma – che la Dc non è più anticomunista. Anzi, se fosse stato per noi il Pci sarebbe rimasto al potere ben oltre la vicenda Moro. Non fummo mica noi a dire basta, sa? Fu Mosca a ordinare a Berlinguer di uscire dal governo…”» (Sebastiano Messina, «Muoviti Dc, il nemico non c’è più», in la Repubblica, 16-3-1990). Né si può dire che ciò sia effetto di una degenerazione intellettuale di uomini convinti, e perciò spaventati, che il comunismo e il progressismo fossero ineluttabili, e che non si potesse contrastarli, ma si dovesse patteggiare con loro. No. Il peccato è originale. «Il partito popolare italiano […] è nato come un partito non cattolico, aconfessionale, come un partito a forte contenuto democratico […] che non prende la religione come elemento di differenziazione politica» (don Luigi Sturzo, Discorso a Verona 16-3-1919), là dove il «forte contenuto democratico», non può significare altro che relativista-laicista, su princìpi e prassi. Quindi, ha solo ragione Plinio Corrêa de Oliveira quando afferma che «La Democrazia Cristiana non è altro che un dispositivo ideologico e politico specificamente fatto per trascinare verso l’estrema sinistra uomini di destra e soprattutto centristi ingenui».
Non mi dilungo oltre, e concludo con una domanda (a mio avviso retorica): si può pensare davvero che quei signori avessero in mente di attuare l'autentica Dottrina Sociale della Chiesa, cioè di fondare una restaurata Europa cristiana, non laicista né secolarizzata, e che quindi la UE sarebbe un tradimento delle loro idee democristiane, cioè rivoluzionarie?

Vi proponiamo – in nostra traduzione – la lettera 1181 pubblicata da Paix Liturgique il 2 aprile, in cui Christian Marquant, Presidente dell’associazione Oremus-Paix Liturgique (contact@veilleurs-paris.fr), commenta il passaggi salienti dell’intervista condotta il 18 marzo dal giornalista del sito LifeSiteNews Andreas Wailzer a mons. Athanasius Schneider (QUI; QUI su MiL). In particolare l’autore insiste – e noi con lui – sul fatto che occorre «credere nell’incrollabilità della Chiesa che non può né ingannare né ingannarci» ed in «una rigenerazione della Chiesa e della sua liturgia», che «sarà attuata dal Successore di Pietro e dai Successori degli Apostoli […] gli elementi di questa rinnovazione […] saranno assunti dal Papa e dai Vescovi uniti a lui», perché «la divina costituzione della Chiesa è fondata sul Papa e sui Vescovi uniti a lui».
L.V.
Le sentinelle continuano per la 184ª settimana le loro preghiere per la difesa della Santa Messa tradizionale davanti all’Arcivescovado di Parigi (rue du Cloître-Notre-Dame, 10) dal lunedì al venerdì dalle ore 13:00 alle ore 13:30
Cari amici, ho preso molto sul serio e non come uno scherzo le parole di mons. Athanasius Schneider O.R.C., Vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Maria Santissima in Astana, in un’intervista concessa al sito LifeSiteNews [QUI; QUI su MiL: N.d.T.], in cui afferma di essere personalmente convinto che un Papa celebrerà la Santa Messa tradizionale a Roma, nella Basilica di San Pietro in Vaticano, con la massima solennità.
Perché bisogna essere coerenti: se, come dice mons. Athanasius Schneider, la Santa Messa tradizionale, nonostante gli ostacoli, sopravvivrà e continuerà a svilupparsi – e ne siamo tutti convinti, io che vi scrivo e voi che mi leggete – è per tornare alla fine ufficialmente a essere ciò che non ha mai smesso di essere, la Messa cattolica della Chiesa cattolica. «Questa celebrazione della Messa, che io chiamo la Messa dei secoli, è indistruttibile e un Papa non può distruggerla, per quanto ci provi», dichiara mons. Schneider. Se la Messa dovesse essere ancora più perseguitata e «andrà sottoterra per un breve periodo, ma sopravvivrà nelle catacombe», rinascerà splendidamente, ci assicura.
Mons. Athanasius Schneider aggiunge, se così posso esprimermi: non vuole definire la Santa Messa tradizionale «vecchia», ma preferisce designarla come «nuova Messa». Ah, se mons. Annibale Bugnini C.M. [già Segretario del Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia e poi Segretario della Congregazione per il culto divino: N.d.T.] sentisse questo! Infatti, dice mons. Schneider, attrae sempre una gioventù fervente. È vero che è una Messa sempre giovane.
È più che una questione di logica, è una questione di fede. Se è vero che questa Messa è stata scartata per essere sostituita da una Messa che esprime in modo più debole il sacrificio non cruento di Gesù Cristo che reitera quello del Golgota, l’adorazione della presenza reale del Corpo e del Sangue di Cristo sotto le specie del pane e del vino, l’ineffabile trascendenza di questo mistero donato agli uomini, la sacralità del sacerdozio gerarchico, la Messa scartata non può che alla fine trionfare su quella che ha preteso di sostituirla. Esserne convinti significa credere nell’incrollabilità della Chiesa che non può né ingannare né ingannarci.
La crisi della Chiesa, iniziata mezzo secolo fa e oggi giunta al culmine, crisi dell’insegnamento della fede da parte di coloro che ne hanno il compito, si manifesta apertamente – lex orandi, lex credendi – attraverso il «bricolage» della santa liturgia. Ma Cristo disse a Pietro: «Simone, […] tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 32). Se una falsa riforma ha sconvolto la Chiesa e la sua liturgia, una vera riforma, cioè una rigenerazione della Chiesa e della sua liturgia, avverrà.
Sarà attuata dal Successore di Pietro e dai Successori degli Apostoli. Quando sarà risolta la confusione nell’insegnamento, gli elementi di questa rinnovazione, siano essi immediati (dottrinali) o eventualmente progressivi (disciplinari e, in una certa misura, liturgici), saranno assunti dal Papa e dai Vescovi uniti a lui.
È assolutamente necessario mantenere gli occhi fissi sull’obiettivo da raggiungere, quello della restituzione dell’insegnamento della Chiesa romana e del suo culto nella loro integrità. Ma prima, Vescovi, Cardinali, ma anche prelati, come Superiori religiosi, Abati di monasteri, possono e devono anticipare questa rinascita nella loro sfera di influenza. Al momento, la restaurazione della Chiesa avviene attraverso l’organizzazione di una sopravvivenza e l’inizio di un rinnovamento catechetico, missionario e liturgico. Ma forse siamo alla vigilia di una nuova fase del post-Concilio Vaticano II, in cui ancora una volta nella storia terrena della Chiesa la forza di Dio risplenderà nella debolezza degli uomini (2 Cor 12, 10).
La divina costituzione della Chiesa è fondata sul Papa e sui Vescovi uniti a lui. Nell’ambito di questa sopravvivenza, ciò che può fare un Vescovo, successore degli Apostoli, è immenso. Sia reso grazie a mons. Marcel François Lefebvre per i suoi seminari. Nella mia lettera del 10 febbraio 2025, avevo parlato di questi «tre moschettieri» che sono oggi il card. Raymond Leo Burke, Patrono emerito del Sovrano Militare Ordine di Malta, il card. Robert Sarah, Prefetto emerito della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, e il card. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede. Ho parlato anche di mons. Joseph Edward Strickland, Vescovo emerito di Tyler (Texas) [QUI; QUI su MiL: N.d.T.]. Che un certo numero di Vescovi, in varia misura, oggi come ieri, non siano sulla linea comune è cosa certa, anche se la manifestazione della loro non conformità rimane ancora timida. Quanto sono quindi preziose le parole e le azioni di coloro, Cardinali, Vescovi, che dimostrano una reale libertà di Successori degli Apostoli! Tra questi, mons. Athanasius Schneider.
Colgo l’occasione di questa lettera per annunciarvi che sarà a Parigi alla fine di maggio per partecipare a un convegno sulla dottrina della corredenzione della Santa Vergine (La Co-rédemption de la Sainte Vierge, 23-24 maggio 2025, Colloquio teologico), il 23 e 24 maggio, alla Cité internationale universitaire (boulevard Jourdan, 17), Maison internationale, Salon Honnorat (con don Gabriel Grodziski, don Claude Barthe, padre Jean-Christophe de Nadaï O.P., don Patrick Troadec FSSPX, padre Serafino Maria Lanzetta F.I., don Manfred Hauke, professore alla Facoltà di Teologia di Lugano, prof. Roberto de Mattei), e che potrete così salutarlo (QUI).
Potranno ascoltare prima il card. Gerhard Ludwig Müller, che celebrerà una Santa Messa pontificale nella Église Saint-Eugène-Sainte-Cécile domenica 6 aprile 2025 alle ore 11:00, dopo aver tenuto il giorno prima alle ore 20:00 una conferenza su: Le Concile de Nicée: des réponses pour notre siècle [Il Concilio di Nicea: risposte per il nostro secolo: N.d.T.] [QUI: N.d.T.].
Una santa Messa tradizionale celebrata domani dal Papa nella Basilica di San Pietro in Vaticano! E prima, perché no, una Santa Messa tradizionale nella Cathédrale Notre-Dame di Parigi? Per il momento, continuiamo a vegliare e pregare davanti agli uffici dell’Arcivescovado (rue du Cloître-Notre-Dame, 10), dal lunedì al venerdì, dalle ore 13:00 alle ore 13:30, nell’Église Saint-Georges di La Villette (avenue Simon Bolivar, 114, nel XIX arrondissement), il mercoledì alle ore 17:00, davanti all’Église Notre-Dame-du-Travail (rue Vercingétorix, 59, nel XIV arrondissement).
Echi della veglia: un uomo con un forte accento inglese, entrando nella Casa diocesana (in rue du Cloitre-Notre-Dame, 10), ci dice: «La Santa Messa tradizionale è magnifica. Da noi viene celebrata liberamente: continuate così!».
In unione di preghiera e amicizia.
Preghiamo S. Isidoro di Siviglia alla Vigilia della sua festa (III Classe, Bianco)
Luigi C
Vescovo e dottore della Chiesa, Sant’Isidoro di Siviglia (560-636) illumina la Spagna con la sua dottrina e la sua santità. Considerato l’uomo più colto del suo tempo, lotta contro gli ariani ed è anche uno scrittore molto prolifico.
Leggiamo un brano di un suo testo, il “Lamento di un peccatore”:
“In tutti i tuoi atti, in tutte le tue opere imita i buoni; competi con i santi, guarda all’eroismo dei martiri, segui l’esempio dei giusti. Desidero che la vita e gl’insegnamenti dei santi siano per te un incoraggiamento alla virtù. Sii di buono spirito, mantieni la tua buona reputazione e non comprometterla con alcuna cattiva azione, né lascia che cada nel disonore.
“Fai vedere come la pensi con il portamento e il modo di camminare. Sii semplice nel modo di presentarti, puro nel cammino, grave nei gesti, onesto nei passi. Non ti sfuggano gesti lascivi, arroganti o superficiali. La postura del corpo è un segno che rivela l’anima. Pertanto il tuo modo di camminare non mostri superficialità; il tuo passo non sia un insulto per te stesso o per il tuo prossimo.
“Non diventare occasione di pettegolezzo per gli altri; non lasciare che il tuo onore si degradi. Non passare il tuo tempo con dei perdigiorno. Evita il cattivo; ammonisci il pigro. Fuggi la compagnia di chi perde tempo, tanto più se si mostra incline al vizio.
“Cerca i buoni, desidera la loro compagnia. Cerca soprattutto l’amicizia dei santi. Se imiti il loro comportamento alla fine acquisterai le loro virtù. Se cammini con i saggi diventerai un saggio; ma se cammini con gli idioti diventerai anche tu un’idiota, perché il simile cerca il simile. È pericoloso passare il tempo con i cattivi, è dannoso stare insieme ai perversi. Se sei amico di persone indegne ti nutrirai della loro infamia. È meglio sopportare l’odio dei malvagi che la loro compagnia. Così come dalla vita dei santi s’imparano molte cose buone, così molte cose cattive vengono dalla vita dei malvagi, perché chi tocca la sporcizia si sporca anche lui”.
* * *
Per meditare su questo bellissimo brano di Sant’Isidoro consideriamo due punti.
In primo luogo il santo stabilisce un profondo legame fra la condotta morale di un uomo e il suo comportamento esterno, cioè come l’uomo si presenta e come appare agli altri. L’idea di fondo è che un buon cattolico deve far trasparire all’esterno la sua coerenza con gl’ideali della morale cattolica. Non è vero che si deve essere sempre spontanei e seguire i propri istinti non controllati. Questa è un’idea tipica della Rivoluzione. Al contrario controllando il proprio modo di stare in piedi o seduto, di camminare, di guardare, di comportarsi ogni uomo manifesta il suo ideale morale.
Sant’Isidoro sa bene che siamo feriti dal peccato originale, e pertanto quando entriamo in contatto con gli altri non mostriamo necessariamente la virtù. Spesso quello che lasciamo vedere è il nostro lato peggiore. Pertanto dobbiamo fare attenzione al nostro comportamento e chiederci sempre se davvero esprime quello che è buono e reprime quello che è cattivo. Abbiamo l’obbligo morale di reprimere il nostro lato cattivo e non lasciarlo vedere nel nostro comportamento. Ipocrisia? Vanità? Niente affatto. Se ci comportiamo così mostriamo rispetto per gli altri e, cosa ancora più importante, per Dio. Affermiamo implicitamente che in noi, a causa del peccato originale e dei peccati attuali, c’è il male ma gli neghiamo il diritto di presentarsi alla luce del giorno.
Pertanto dobbiamo essere disciplinati e comportarci in pubblico in un modo che rifletta quanto di meglio vive nel nostro cuore. Se fossimo stati preservati dal peccato originale non sarebbe necessario controllarsi. Ma siccome il peccato originale c’è, dobbiamo controllarci e reprimere gl’impulsi cattivi.
Per questo, in ogni civiltà che ha raggiunto un certo grado di perfezione i genitori insegnano ai figli e alle figlie un portamento adeguato e la buona educazione, perché anche così si manifesta un ideale morale.
In secondo luogo, quando Sant’Isidoro ci dice di passare il tempo con i buoni ed evitare i cattivi ci dà anche una lezione per l’apostolato. Contesta – implicitamente, certo – tanto progressismo cattolico contemporaneo il quale ritiene che l’apostolato per dare frutti debba essere fatto passando molto tempo con i cattivi. Penso sia un errore. In genere – e l’opera di alcuni santi rappresenta l’eccezione che conferma la regola – se passiamo molto tempo con i cattivi è più probabile che diventiamo noi stessi cattivi.
Qualche tempo fa era di moda in un certo cattolicesimo progressista parlare di un “apostolato di conquista” che avrebbe dovuto “portare Cristo nel mondo”. Ho conosciuto questi slogan nel movimento cattolico studentesco e operaio degli anni 1930. I cattolici andavano a cercare i non cattolici nei loro ambienti iniziando a frequentare circoli sportivi e night club. Ho conosciuto anche alcuni preti che sono diventati operai per andare a cercare, dicevano, gli operai nelle fabbriche. Purtroppo molti preti operai furono convertiti dai sindacalisti al comunismo, anziché convertire gli operai comunisti al cattolicesimo. Così, in un modo non sorprendente, molti di quelli che andavano a cercare i peccatori nei night club finirono per acquisire essi stessi un certo rilassamento morale e spirito di compromesso. Nella Chiesa si diffuse una mentalità permissiva.
Dopo il Concilio Vaticano II si parla molto di un “aggiornamento” che sarebbe conforme allo “spirito del Concilio”: adattare la Chiesa al mondo moderno. Se si tratta di cambiare il mondo moderno e convertirlo al cattolicesimo non c’è nulla da obiettare. Ma mi sembra che spesso succeda precisamente il contrario: è il mondo moderno che “converte” uomini di Chiesa. Vediamo alcuni sacerdoti e vescovi abbandonare i loro santi abiti per vestirsi come laici, e neppure troppo eleganti. Vediamo chiese costruire in uno stile più adatto a un teatro. Vediamo Messe che sembrano piuttosto spettacoli, musica sacra che ricorda le canzonette popolari, abitudini e abbigliamento sovversivi che penetrano nei gruppi giovanili cattolici.
Sant’Isidoro di Siviglia la pensava diversamente. Invitava a comportarsi sempre in modo decoroso. Le sue parole sono profetiche e spiegano in anticipo perché un certo “aggiornamento” non poteva avere successo.
Preghiamo dunque il grande Sant’Isidoro di Siviglia perché ci conceda sia l’auto-disciplina per mostrare nel nostro comportamento esteriore solo gli aspetti nobili della nostra anima, sia la capacità di discernere il bene dal male. Potremo così rafforzare in noi stessi l’ammirazione per i buoni e il desiderio di seguirli, e il rifiuto dei malvagi e la determinazione di resistere alle loro lusinghe.
Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro che è nei cieli.
Luigi C.
1.Il Cristianesimo non è una gnosi, bensì è unicamente vita di Grazia ed esercizio della Carità. Si verrà giudicati da Dio non in merito ai talenti ricevuti, non in merito alle doti intellettuali esercitate, né tantomeno dalle possibilità avute grazie ad una salute pressocché perfetta. Anzi, tutti questi doni, qualora ci fossero stati, costituirebbero una responsabilità in più. Infatti, aver potuto fare di più, e non averlo fatto, è l’accidia di colui che invece di trafficare adeguatamente i talenti ricevuti, li sotterra. Piuttosto si sarà giudicati da Dio per l’amore di averlo scelto come unico, vero fine della propria vita; conformandosi alla sua volontà nelle
possibilità dei propri talenti, numerosi o scarsi, che ognuno ha da Lui ricevuto.
2.Leggiamo queste interessanti parole da La sfida della santità di padre Antonio Maria Di Monda:
La santità non consiste in devozioni, preghiere, penitenze, digiuni, veglie e simili: ottimi mezzi, certo, per formare il cuore, liberarsi dalle passioni e ottenere le grazie, e quindi per camminare speditamente verso la perfezione, ma che non possono identificarsi con essa. Se la santità e la perfezione consistessero in tali mezzi, ne sarebbero inesorabilmente esclusi tutti coloro che, o per malattia o per altre circostanze, indipendenti dalla propria volontà, non ne hanno fatto uso o non potrebbero, malgrado la santità sia vocazione universale.
La santità non consiste, neanche, nell’efficienza apostolica, o nel fare elemosine e assistenza ai bisognosi, ammalati, ecc. Tutte cose ottime, anche queste, che facilitano e sostengono il cammino e, magari, fioriscono dalla santità stessa; ma che non s’identificano con essa. Lo ribadisce, tra gli altri, lo stesso Apostolo Paolo nella celebre, conosciutissima pagina della lettera ai Corinzi: “Se anche parlassi la lingua degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia, e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.” (1 Corinzi 13,1-3) In senso positivo, la santità è fenomeno che appartiene al mondo soprannaturale della grazia e a quello etico-morale. In tal senso, è chiaro che la santità, di per sé e direttamente, ha ben poco a che fare con la perfezione fisica o psichica, anche con intelligenze mediocri e con corpi malati e deformi. Qui intendiamo la santità soprattutto come perfezione dell’uomo, in se stesso, che è certamente presente nel santo canonizzato o canonizzabile. La perfezione-santità è amore di Dio e unione profonda con Lui, realizzata, essenzialmente e prima di tutto, dalla grazia santificante. Ciò avviene, in modo del tutto gratuito, nel ricevere la grazia, con la carità. Essendo, infatti, impossibile all’uomo amare Dio, come Lui vuol essere amato, e unirsi a Lui con mezzi naturali e umani, la grazia, il dono di Dio per eccellenza, diviene assolutamente necessaria. Ma, affinché l’unione con Dio, realizzata dalla grazia, diventi libera e consapevole e si allarghi, per così dire, dalla volontà a tutto l’essere, è anche assolutamente necessario che non ci siano nell’anima ombre di peccato o di attaccamento alla terra. Il peccato, l’amore e l’attaccamento alle creature, come è chiaro, creano contrasto irriducibile e mettono al di fuori di Dio, per così dire, così come la tenebra pone al di fuori della luce. Perciò, la santità, l’unione con Dio, è più o meno profonda ed intensa nella misura in cui l’anima è staccata da tutto. Eliminati gli schermi, l’anima è, facilmente, inondata dalla luce e dal calore di Dio.